Australia e India hanno firmato un accordo operativo per la fornitura di uranio australiano destinato esclusivamente alla produzione di energia nucleare civile. L’intesa è stata siglata il 9 luglio 2026 a Melbourne, durante il vertice tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il suo omologo australiano Anthony Albanese. Un accordo di cooperazione nucleare civile era già stato stipulato tra i due Paesi nel 2014, ma le forniture commerciali non erano mai decollate. Questa volta è diverso.
L’accordo consente all’Australia di rifornire commercialmente i reattori nucleari indiani con il proprio uranio, nell’ambito di un quadro che prevede garanzie dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e l’impiego del combustibile “esclusivamente per scopi pacifici”. Modi ha definito l’intesa un passo capace di dare “nuovo slancio” agli obiettivi di energia pulita dell’India. Albanese ha chiarito che l’accordo aiuterà l’India ad aumentare la quota di capacità elettrica non fossile, aprendo al contempo un mercato aggiuntivo per il settore delle risorse australiane. I due leader hanno anche concordato di rafforzare la cooperazione sulla difesa, sulle catene di approvvigionamento di minerali critici e sull’idrogeno verde.
Lo sblocco delle forniture ha una causa precisa: il SHANTI Act, approvato dal parlamento indiano nel dicembre 2025 e firmato dal presidente della Repubblica. La legge ha sostituito l’Atomic Energy Act del 1962 e la normativa sulla responsabilità civile del 2010, aprendo per la prima volta il settore nucleare alla partecipazione privata attraverso un sistema di licenze regolamentato. Quella riforma ha dissipato le preoccupazioni australiane — rimaste a lungo irrisolte — sull’uso che l’India avrebbe potuto fare dell’uranio importato, in quanto Paese non firmatario del Trattato di Non Proliferazione. A suggellare il cambiamento, il vertice di Melbourne ha prodotto 18 accordi complessivi, tra cui una dichiarazione congiunta sulla sicurezza energetica e un piano di cooperazione marittima.
Il contesto industriale indiano spiega l’urgenza. L’India dispone oggi di 8,8 GW di capacità nucleare installata, con 25 reattori operativi e 11 in costruzione per ulteriori 8.700 MW. L’obiettivo fissato dalla Nuclear Energy Mission è di raggiungere 22,4 GW entro il 2031-32 e 100 GW entro il 2047 — un salto di oltre undici volte rispetto ai livelli attuali. Per alimentare questo piano l’India dovrà diversificare le fonti di approvvigionamento dell’uranio: finora ha importato da Kazakistan, Canada e Uzbekistan. L’Australia, con le sue vaste riserve, è un fornitore naturale. Chi ha seguito le trattative ha osservato che le forniture iniziali non saranno probabilmente di grandi volumi, data la dimensione attuale dell’infrastruttura nucleare civile indiana. Ma la direzione è stabilita.
Sul fronte industriale, aziende private come Adani Power, Tata Power e Reliance Industries hanno già risposto alla richiesta di proposte della NPCIL per i Bharat Small Reactors, i reattori modulari indiani da 220 MW basati sulla tecnologia PHWR collaudata. Il governo ha stanziato 20.000 crore di rupie per la Nuclear Energy Mission e punta ad avere almeno cinque SMR di progettazione indigena operativi entro il 2033. A Melbourne Modi ha ricordato all’imprenditoria australiana che le riserve di uranio del Paese “sono direttamente collegate al percorso nucleare dell’India”. Se l’Australia riuscisse a coprire solo metà della domanda che deriverà dall’espansione del parco reattori indiano, i suoi volumi di esportazione di uranio raddoppierebbero rispetto ai livelli attuali. È questo il dato che rende l’accordo rilevante anche per Canberra, alle prese con la necessità di diversificare i propri mercati di esportazione oltre la Cina.



