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BofA punta sull’uranio: Cameco è la scelta numero uno per il 2026

Bank of America conferma Cameco come titolo preferito nel settore dell’uranio per il 2026, con un potenziale di rialzo del 48% rispetto al target di prezzo. Il prezzo spot dell’uranio è ancora il 23% sotto la previsione media della banca, un gap che alimenta le attese di recupero nella seconda metà dell’anno.

BofA punta sull’uranio: Cameco è la scelta numero uno per il 2026

Bank of America mantiene la sua posizione sull’uranio e indica Cameco (NYSE: CCJ) come il titolo preferito del settore per il 2026. Il prezzo spot dell’uranio quota attualmente circa 85 dollari per libbra, il 23% al di sotto della previsione media annuale della banca. Quel divario non è un segnale di debolezza: è il margine di recupero che BofA vede ancora disponibile, trainato dal riavvio degli acquisti da parte delle utility nella seconda metà dell’anno.

L’analisi di BofA indica un potenziale di rialzo di circa il 48% rispetto al target di prezzo sul titolo Cameco, una delle forchette più ampie nell’intero universo di copertura della banca. Tre fattori sostengono il giudizio: l’esposizione dell’azienda a prezzi realizzati più alti, la solidità del bilancio — con più liquidità che debito e un current ratio di 3,08 — e la quota del 49% in Westinghouse Electric Company. Quest’ultima partecipazione collega direttamente Cameco all’espansione del nucleare civile negli Stati Uniti, con un programma da 17,5 miliardi di dollari impegnato dal Dipartimento dell’Energia americano per finanziare componenti per fino a dieci reattori AP1000.

Il divario tra prezzo spot e previsione di BofA si spiega con tre dinamiche di mercato. Prima: le frizioni nei contratti a lungo termine, che rallentano la trasmissione dei prezzi di riferimento alle transazioni effettive. Seconda: la disciplina dell’offerta, con i produttori che non alzano la produzione in anticipo rispetto alla domanda. Terza: le utility che stanno ancora ricostituendo le scorte dopo anni di contrattazione sotto il tasso di sostituzione — secondo i dati Cameco, negli ultimi cinque anni sono stati contrattati circa 589 milioni di libbre contro 815 milioni consumate nei reattori. Il momento del riequilibrio si avvicina. RBC Capital ha alzato il proprio target sul titolo a 175 dollari canadesi, citando l’interesse crescente da parte di acquirenti sovrani e utility.

Cameco non è solo il più grande produttore di uranio quotato al mondo. Attraverso la quota in Westinghouse, ha accesso all’intera filiera: estrazione, raffinazione, conversione, fabbricazione di combustibile e tecnologia dei reattori. L’analista di BofA Lawson Winder aveva definito CCJ “l’unico veicolo large cap e liquido quotato negli Stati Uniti con esposizione all’intera catena del nucleare”. La domanda di data center e la politica industriale americana spingono nella stessa direzione: decarbonizzazione rapida, sicurezza energetica, indipendenza dalle forniture russe di uranio arricchito.

Se le utility americane torneranno ad acquistare in modo massiccio nella seconda metà del 2026 — come BofA si aspetta — il prezzo spot dovrà necessariamente convergere verso i valori dei contratti a lungo termine, già saliti a 90 dollari per libbra a fine primo trimestre, ai massimi dal 2008. Per Cameco, quel momento è anche il punto in cui il vantaggio dei contratti indicizzati al mercato si tradurrà in ricavi più alti. Il posizionamento è già fatto. Il resto dipende dai tempi.

Tag: Sicurezza energetica Uranio

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