La Banca Centrale Europea ha pubblicato un’analisi storica sulle crisi energetiche degli anni Settanta che torna di stretta attualità. Il messaggio centrale è diretto: quei decenni di shock petroliferi produssero una risposta strutturale precisa, fatta di nuove istituzioni, riserve strategiche, guadagni di efficienza e, soprattutto, espansione del nucleare. Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta per certi versi analoga.
Il punto di partenza è il 1973. I paesi arabi tagliarono le forniture di petrolio agli Stati Uniti in risposta al sostegno americano a Israele. Le conseguenze si diffusero in tutto il mondo industrializzato. Come osserva la World Nuclear Association, le crisi degli anni Settanta portarono a una grande espansione della capacità nucleare, mentre i paesi importatori cercavano di diversificare le fonti e ridurre la dipendenza dall’import massiccio di combustibili fossili. La risposta non fu ideologica. Fu pragmatica. Il peso del carbone e del petrolio calò sensibilmente nella maggior parte dei paesi, mentre il nucleare guadagnò terreno in diversi di essi. Quella diversificazione ebbe effetti concreti: ridusse l’esposizione a un sistema energetico che girava quasi interamente attorno all’oro nero.
Il caso francese è il più istruttivo. Dopo il primo shock petrolifero, la commissione statale PEON si riunì nel gennaio 1974 per ridisegnare la strategia energetica nazionale. La prima raccomandazione fu un’espansione senza precedenti della capacità nucleare. La logica era lineare: la Francia non disponeva di fonti alternative in quantità sufficiente, e il nucleare rappresentava il percorso più sicuro verso l’indipendenza energetica a costi relativamente contenuti. Negli anni successivi, il paese costruì la rete di centrali che ancora oggi copre circa il 70% del suo fabbisogno elettrico. Una scelta che ha definito la geopolitica energetica europea per mezzo secolo.
L’analisi della BCE non si ferma alla storia. Il parallelo con il presente è esplicito. Se gli anni Settanta segnarono l’inizio della diversificazione lontano dal petrolio, questo decennio potrebbe diventare il punto di svolta in cui l’Europa si sposta più decisamente dai combustibili fossili all’elettricità. Allora la risposta strutturale comprese l’espansione nucleare. Oggi quella risposta include, tra le altre cose, una rinnovata attenzione agli small modular reactor e ai nuovi grandi impianti, sia in Europa sia a livello globale. La storia non si ripete uguale, ma le dinamiche di fondo — vulnerabilità energetica, necessità di baseload affidabile, pressione sui prezzi — sono le stesse.
C’è un dato che vale la pena tenere presente. Gli anni Settanta produssero anche una lezione negativa, almeno in apparenza: la diversificazione funzionò solo in parte. I combustibili fossili rimasero profondamente radicati in settori specifici come i trasporti, il riscaldamento e larghe fasce dell’industria. Il nucleare coprì la generazione elettrica, ma non riuscì a penetrare l’intero sistema energetico. Oggi la differenza è che l’elettrificazione avanza su tutti i fronti — auto, pompe di calore, industria — e questo cambia il peso specifico di ogni gigawatt prodotto da una centrale a zero emissioni. Un reattore costruito oggi ha un impatto sistemico più largo di quello costruito nel 1975.
Il decennio in corso sarà probabilmente giudicato dai posteri con lo stesso metro con cui oggi guardiamo agli anni Settanta: come il momento in cui alcune scelte energetiche hanno definito la struttura dei decenni successivi. I paesi che allora investirono nel nucleare — Francia, Giappone, Corea del Sud — ne raccolgono ancora i frutti in termini di stabilità dei prezzi e indipendenza dalle forniture esterne. Quelli che scelsero diversamente si ritrovano oggi a dover ricominciare da capo, con tempi e costi che la storia conosceva già.



