Entro il 2027 e il 2028 i data center per l’intelligenza artificiale potrebbero trovarsi senza energia sufficiente. Gli sviluppatori di infrastrutture prevedono già una saturazione della rete, frutto di anni di sottoinvestimento nelle reti elettriche e di una domanda che cresce a velocità che nessun piano infrastrutturale aveva anticipato. Non è un allarme teorico: i segnali concreti si moltiplicano da mesi.
I numeri sono chiari. Il consumo elettrico globale dei data center dovrebbe raggiungere circa 1.050 terawattora entro il 2026, posizionando il settore tra i cinque maggiori consumatori energetici mondiali. Solo negli Stati Uniti, il Dipartimento dell’Energia stima che i carichi da intelligenza artificiale possano portare la quota dei data center al 12% del totale dell’elettricità nazionale entro il 2028. I carichi di lavoro AI assorbono da cinque a dieci volte più energia per rack rispetto ai classici workload cloud, e i nuovi impianti in costruzione arriveranno a consumare fino a venti volte quanto consuma un data center tradizionale. In hub come la Virginia del Nord, i server farm esistenti già erodono oltre un quarto dell’intera fornitura elettrica regionale.
La causa strutturale è nota da tempo. Decenni di insufficiente investimento nelle reti di trasmissione hanno lasciato l’infrastruttura elettrica esposta a una domanda improvvisamente verticale. Nel solo 2025, circa 1.900 progetti energetici sono stati cancellati per ritardi di interconnessione e incertezza normativa, per un valore complessivo di circa 400 miliardi di dollari in investimenti mai realizzati. Il ciclo di sviluppo di una linea di trasmissione ad alta tensione tocca i quindici anni. La crescita dell’AI non ne aspetterà nemmeno tre.
In questo contesto, il nucleare è diventato la risposta più concreta. Non per convinzione ideologica, ma per ragioni operative: fornisce energia continua, ad alta capacità, senza emissioni di carbonio, con un profilo di carico che si adatta perfettamente alle esigenze di un data center attivo ventiquattr’ore su ventiquattro. Microsoft ha stretto un accordo ventennale con Constellation Energy per riavviare l’impianto di Three Mile Island — ribattezzato Crane Clean Energy Center — con una capacità di 837 megawatt, con l’obiettivo di renderlo operativo nel 2027. Amazon ha espanso il suo accordo con Talen Energy fino a 1.920 megawatt attraverso il 2042, assicurandosi la fornitura dalla centrale di Susquehanna in Pennsylvania. Google ha siglato un contratto con Kairos Power per una flotta di piccoli reattori modulari da 500 megawatt, con consegna prevista dopo il 2030. Meta ha emesso una richiesta di offerta per tra 1 e 4 gigawatt di nuova capacità nucleare. Nel complesso, le grandi aziende tecnologiche hanno contrattualizzato oltre 10 gigawatt di nuova capacità nucleare negli Stati Uniti nell’arco di un anno.
La risposta del settore si articola su più livelli. Alcuni operatori spostano i carichi di lavoro verso regioni dove l’energia esiste già: Islanda geotermica, Paesi nordici idroelettrici, Texas. Altri costruiscono microgrid isolate dalla rete pubblica, abbinando turbine a gas, storage e celle a combustibile per bypassare del tutto il problema dell’interconnessione. Queste soluzioni ibride non eliminano la dipendenza dai combustibili fossili nel breve periodo, ma garantiscono la continuità operativa mentre le alternative a basse emissioni maturano. Gli small modular reactor rimangono la scommessa di medio termine: costi ancora elevati, tra 6.400 e 12.700 dollari per kilowatt installato contro i 1.290 del gas, ma con prospettive di riduzione man mano che la catena di fornitura si organizza su scala.
Il rischio reale, per il 2027-2028, non è il blackout generalizzato ma qualcosa di più sottile: ritardi nei lanci di nuovi impianti, costi operativi in aumento, rallentamento nella disponibilità di servizi AI in alcune aree geografiche. Stati come la Virginia, con la concentrazione più alta di data center del mondo, potrebbero imporre moratorie sui nuovi insediamenti, seguendo il precedente della regione di Dublino in Irlanda. Se le reti non tengono il passo, la geografia dell’AI potrebbe ridisegnarsi attorno all’accesso all’energia piuttosto che alla prossimità ai mercati. Il nucleare non risolve tutto in tempo, ma oggi è l’unica fonte che offre agli hyperscaler la certezza di carico che cercano nei prossimi decenni.



