La domanda di energia dei data center americani ha raggiunto 31 gigawatt nel 2025 e secondo Goldman Sachs è destinata a salire a 66 GW entro il 2027: un raddoppio in due anni. Dietro questa crescita c’è l’intelligenza artificiale, e dietro l’AI c’è una questione sempre più urgente di approvvigionamento elettrico. Il nucleare è tornato al centro del dibattito energetico americano non per ragioni ideologiche, ma per una logica molto semplice: i data center non si spengono mai, e nemmeno le centrali nucleari.
L’entità degli investimenti in gioco è difficile da ignorare. I grandi operatori tecnologici — i cosiddetti hyperscaler — hanno speso 443 miliardi di dollari in infrastrutture di calcolo nel 2025 e si prevede superino i 700 miliardi nel 2026. Una parte di questo flusso si sta dirigendo verso il nucleare con accordi di lungo periodo. Meta ha firmato un contratto ventennale con Constellation Energy per 1,1 GW di energia nucleare a partire dal 2027. Microsoft ha siglato un accordo da 1,6 miliardi di dollari per riavviare la centrale di Three Mile Island, ferma dal 2019, puntando al 2028 come data di rientro in rete. Amazon ha investito oltre 20 miliardi per trasformare la centrale di Susquehanna in un campus AI alimentato da energia atomica. Google ha invece stretto il primo accordo corporate americano per una flotta di small modular reactor con Kairos Power, per 500 MW a partire dal 2030.
Il quadro che emerge è quello di una partnership strutturale tra industria tecnologica e nucleare. Come ha rilevato l’American Nuclear Society, la domanda continua dei data center, abbinata a contratti di lungo termine e investimenti diretti, sta migliorando le condizioni di finanziamento del settore e accelerando lo sviluppo di nuovi reattori, compresi quelli a fissione avanzata. Gli SMR — reattori modulari di piccola taglia — passano da opzione teorica a candidati concreti per alimentare i campus di nuova generazione. I progettisti stimano che i prossimi data center iperscala arriveranno a consumare tra 1 e 5 GW ciascuno: la capacità di un’intera centrale nucleare per un singolo sito.
Sul fronte dell’opinione pubblica, il cambiamento è altrettanto marcato. Un sondaggio Gallup condotto a marzo 2026 ha rilevato che il 71% degli americani si oppone alla costruzione di un data center AI nella propria zona, con quasi la metà fortemente contraria. Solo il 53% si oppone invece a una centrale nucleare nelle vicinanze. È la prima volta che Gallup include i data center nel questionario, e il risultato è chiaro: il nucleare, nell’immaginario collettivo americano, ha smesso di essere la minaccia principale. Un cambio generazionale che ha implicazioni politiche concrete, e che rende più facile per i legislatori sostenere nuovi progetti.
Deloitte ha calcolato che la nuova capacità nucleare potrebbe coprire circa il 10% dell’incremento atteso nella domanda dei data center nel prossimo decennio, con un’espansione stimata tra 35 e 62 GW. Non è la soluzione totale, ma è una quota significativa. Nel frattempo, Constellation Energy — il più grande operatore nucleare americano con 21 reattori attivi — ha chiuso il 2025 con 25,5 miliardi di dollari di ricavi e continua a firmare contratti con i grandi player tecnologici. Il segnale che arriva dal mercato è chiaro: chi controlla energia nucleare affidabile ha un vantaggio competitivo reale in questa fase di trasformazione del sistema energetico americano. Nei prossimi anni, mentre i primi SMR entreranno in esercizio commerciale, la relazione tra nucleare e digitale si farà ancora più stretta.



