Microsoft, Google, Amazon e Meta hanno siglato contratti per oltre 10 gigawatt di nuova capacità nucleare negli Stati Uniti nel giro di un anno. Non si tratta di dichiarazioni d’intenti: sono accordi con scadenze, prezzi e siti già individuati. Il nucleare, dopo decenni di marginalizzazione, è tornato al centro della pianificazione energetica dei più grandi operatori digitali del pianeta.
I numeri raccontano bene la scala del fenomeno. Microsoft ha siglato un accordo ventennale da 16 miliardi di dollari per riavviare Three Mile Island, puntando a 835 megawatt entro il 2028. Google ha stretto il primo contratto aziendale al mondo per l’acquisto di SMR, affidandosi a Kairos Power per 500 megawatt distribuiti su sei o sette reattori a sali fusi, con il primo impianto atteso entro il 2030. Amazon ha investito oltre 20 miliardi di dollari per convertire il sito di Susquehanna in un campus AI alimentato a nucleare, investendo anche direttamente in X-energy con un round Series C-1 da circa 500 milioni di dollari. Meta, dopo aver lanciato una richiesta di offerta per 1-4 gigawatt, ha poi firmato accordi con Oklo, TerraPower e Vistra per oltre 6 gigawatt complessivi.
La logica è semplice quanto pressante. Il consumo globale di elettricità dei data center crescerà da 460 terawattora nel 2024 a oltre 1.300 terawattora nel 2035. Le reti di distribuzione non reggono: le code per le interconnessioni alla rete si allungano fino al 2035, mentre la domanda di calcolo raddoppia ogni diciotto mesi. Le rinnovabili non garantiscono la continuità necessaria ai carichi di lavoro di addestramento dei modelli AI, attivi ventiquattro ore su ventiquattro. Il gas naturale espone al rischio di volatilità dei prezzi e a vincoli regolatori crescenti. Il nucleare, invece, offre potenza in continuo, a zero emissioni, su base prevedibile. Gli SMR aggiungono un vantaggio ulteriore: dimensioni contenute, produzione parzialmente in fabbrica, possibilità di installazione vicino ai data center per bypassare le code di allacciamento alla rete.
Sul piano regolatorio, il 2025 ha segnato una svolta negli Stati Uniti. Il presidente Trump ha firmato quattro ordini esecutivi per accelerare il dispiegamento degli SMR e semplificare le procedure di licenza della Nuclear Regulatory Commission. Wyoming, Idaho e Virginia hanno già ridotto i tempi di approvazione da 36 a 18 mesi. A livello federale, gli incentivi dell’Inflation Reduction Act — crediti fiscali sulla produzione da 15 dollari per megawattora e copertura del 30% dei costi di investimento — abbassano il costo livellato dell’energia nucleare da 89 a 58 dollari per megawattora, rendendolo competitivo con il gas naturale. Il Dipartimento dell’Energia ha stanziato 3,2 miliardi di dollari in co-finanziamento per le prime installazioni di reattori avanzati.
I tempi restano il vero ostacolo. I primi data center alimentati da SMR sono attesi per il 2030, con il grosso dei dispiegamenti concentrato tra il 2031 e il 2035. Nel frattempo, alcune aziende ricorrono a soluzioni ibride: Terrestrial Energy sta lavorando con Ameresco per alimentare i data center a gas in attesa che gli SMR ottengano licenze e vengano costruiti. Oklo, tra i soggetti più avanzati, punta a consegnare i primi sistemi nel 2027. La carenza di combustibile HALEU e la scarsità di ingegneri nucleari qualificati restano colli di bottiglia che nessun ordine esecutivo può risolvere per decreto.
Il mercato degli SMR dedicati ai data center valeva 6,9 miliardi di dollari nel 2025 e dovrebbe arrivare a 13,8 miliardi entro il 2032. Se i primi impianti rispetteranno le scadenze annunciate e dimostreranno affidabilità operativa, la corsa si accelererà rapidamente: gli operatori che avranno garantito capacità propria avranno un vantaggio strutturale su chi dipenderà ancora da una rete sotto pressione. La partita non si gioca solo sull’energia — si gioca sulla capacità di costruire infrastrutture AI senza limiti imposti dall’esterno.



