DevEx Resources ha scelto il palco del Diggers & Dealers Mining Forum 2026 di Kalgoorlie per ribadire senza ambiguità la propria traiettoria: l’azienda è interamente orientata all’uranio, con esplorazione e sviluppo concentrati nel Territorio del Nord dell’Australia. Marnie Finlayson, amministratrice delegata, ha definito il nucleare “una soluzione verde a carico di base” per rispondere all’aumento strutturale della domanda mondiale di elettricità.
Il reset strategico completato nel febbraio 2025 ha ridisegnato il profilo della società, abbandonando asset non-core per concentrare risorse su un portafoglio uranio che si estende per oltre 14.000 chilometri quadrati nel cuore della Alligator Rivers Uranium Province. Tre target di perforazione sono attivi o in procinto di partire nel Northern Territory, con ulteriori obiettivi già in pipeline. La cassa disponibile alla fine dell’ultimo trimestre era di 27 milioni di dollari australiani, a cui si aggiunge la possibilità di recuperare valore dalla cessione di asset secondari.
Il progetto di punta è Nabarlek, che ospita la ex miniera d’uranio australiana a più alto tenore mai sfruttata, con una produzione storica di 24 milioni di libbre a un grado medio dell’1,84%. Accanto a Nabarlek, avanza anche il Murphy West Uranium Project, un asset di scala provinciale nella porzione meridionale del bacino McArthur, ancora largamente inesplorato. Per Murphy West, DevEx opera in joint venture con Barkly Rare Earths, con il diritto di acquisire fino al 75% dei diritti uraniferi spendendo 3,5 milioni di dollari in cinque anni.
Il management confronta apertamente la geologia del Northern Territory con quella del bacino Athabasca in Canada, una delle province uranifere più produttive al mondo. L’accordo di fornitura India-Australia, citato da Finlayson durante la presentazione, è visto come segnale concreto di sostegno politico a livello federale. DevEx ha completato a fine giugno 2026 anche l’acquisizione della concessione uranio di AGE nel Territorio del Nord, allargando ulteriormente il perimetro esplorativo.
La tesi di fondo della società è che l’offerta di uranio non stia tenendo il passo con la domanda emergente, e che il deficit atteso verso la fine degli anni Trenta crei un’opportunità strutturale per chi oggi costruisce una pipeline di asset. Finlayson ha dichiarato che nei prossimi mesi ci si aspetta un flusso continuo di aggiornamenti su risultati di perforazione, accesso ai terreni e progressi nella definizione dei target, con possibili operazioni di fusione e acquisizione sullo sfondo. L’obiettivo dichiarato a lungo termine è superare le 10 milioni di libbre di uranio prodotte per anno su più asset. Un traguardo ambizioso, ma sostenuto da un territorio che già conta oltre 700 milioni di libbre di uranio identificate tra depositi sfruttati e non. Se le trivelle confermeranno le anomalie già mappate, il Northern Territory potrebbe tornare al centro della mappa globale dell’uranio.



