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Nucleare e intelligenza artificiale: l’energia che muove i data center

I grandi colossi tecnologici puntano sul nucleare per alimentare i data center dell’era dell’intelligenza artificiale. Con 9,8 GW di capacità già impegnata e accordi firmati da ogni grande hyperscaler americano, il settore entra in una fase concreta.

Nucleare e intelligenza artificiale: l’energia che muove i data center

Ogni grande hyperscaler americano ha firmato almeno un accordo nucleare. Amazon, Google, Microsoft e Meta si sono mosse in parallelo, ciascuna con un partner diverso e una tecnologia diversa, tutte verso lo stesso obiettivo: energia continua, pulita e indipendente dalla rete per i propri data center. Al maggio 2026, tredici progetti annunciati hanno già impegnato oltre 9,8 GW di capacità nucleare destinata all’infrastruttura AI, secondo il tracker SMR Intel.

Il motore di questa corsa è semplice. La domanda di elettricità dei data center cresce a una velocità che le reti tradizionali non reggono. Goldman Sachs stima un aumento del 160% entro il 2030. Le fonti rinnovabili coprono una parte della domanda, ma non la totalità: servono fonti di base, attive ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Il nucleare è l’unica opzione che soddisfa questo requisito alla scala richiesta dagli hyperscaler, senza dipendere da nuove infrastrutture di trasmissione o da sistemi di accumulo ancora in fase di sviluppo.

Gli SMR — reattori modulari di piccola taglia — sono al centro di questa dinamica perché rispondono a un problema logistico preciso. Un impianto nucleare convenzionale richiede oltre un decennio di costruzione, investimenti nell’ordine dei dieci-venti miliardi di dollari e un collegamento diretto alle grandi dorsali elettriche. Un SMR è costruito in fabbrica, modulare, e può essere installato vicino a un campus di data center. Google ha scelto Kairos Power e i suoi reattori a sali fusi. Amazon ha stretto accordi con X-Energy, sviluppatrice di reattori a gas ad alta temperatura. Meta ha percorso una strada propria. IDTechEx prevede che il mercato globale degli SMR raggiunga 53,8 miliardi di dollari nel 2036, per arrivare a quasi 300 miliardi nel 2046.

Sul piano geopolitico, la spinta arriva anche dai governi. L’amministrazione federale americana ha dichiarato l’obiettivo di portare la capacità nucleare statunitense a 400 GW entro il 2050, partendo dagli attuali 97 GW. Il Canada segue una traiettoria analoga: il New Brunswick ha in programma un reattore modulare affiancato alla centrale di Point Lepreau, con il supporto del governo federale e l’interesse della società energetica Emera per distribuire l’energia prodotta verso ovest. In Cina, il reattore Linglong One — primo SMR commerciale onshore al mondo — è entrato in fase operativa nel 2026, consolidando la leadership cinese in un settore dove circa metà dei reattori globali in costruzione è già sul suolo cinese.

L’IEA stima che il consumo elettrico dei data center, dell’AI e delle criptovalute potrebbe superare i 1.000 TWh entro il 2026, un valore equivalente all’intero consumo annuale del Giappone. Questa cifra da sola spiega perché il nucleare sia tornato al centro delle strategie energetiche aziendali e governative dopo anni di marginalizzazione. Il mercato dell’uranio riflette il cambio di passo: il prezzo spot si attesta attorno a 84-86 dollari per libbra, con analisti di Citi che proiettano una risalita verso i 100-125 dollari entro fine anno.

Il quadro che emerge non è quello di una promessa lontana. È un settore che si sta organizzando attorno a contratti reali, investimenti misurabili e scelte tecnologiche già definite. Se gli SMR manterranno i tempi di costruzione promessi — più corti rispetto ai grandi impianti tradizionali — entro la fine del decennio potrebbero essere operativi i primi reattori dedicati esclusivamente all’alimentazione di infrastrutture digitali. Quello tra nucleare e intelligenza artificiale potrebbe diventare uno dei legami industriali più solidi dei prossimi vent’anni.

Tag: Sicurezza energetica Transizione energetica

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