Due chiatte da 80 metri affondate nel Danubio per tenere accesa una centrale nucleare. L’Ungheria ha avviato sabato 15 agosto l’operazione di sommersione controllata di due imbarcazioni nei pressi di Paks, l’unica centrale atomica del paese, con l’obiettivo di alzare il livello del fiume e garantire il flusso di acqua necessario al raffreddamento dei reattori. Il primo segnale è incoraggiante: il livello è già risalito di un centimetro alla stazione di pompaggio della centrale.
Il contesto è quello di una siccità storica. La centrale di Paks opera oggi ad appena il 25% della sua capacità da 2.000 megawatt, a causa dei livelli record-minimi del Danubio da cui l’impianto attinge l’acqua di raffreddamento. Il premier Péter Magyar aveva annunciato che, senza interventi, entro la mattina di lunedì i livelli sarebbero scesi al livello critico: a quel punto uno degli ultimi due turbogeneratori operativi avrebbe dovuto fermarsi. Al momento del varo dell’operazione, il Danubio segnava -122 centimetri rispetto al livello idrometrico di riferimento. Le chiatte, posizionate tra Paks e Dunaszentbenedek, vengono riempite d’acqua tramite otto pompe in una procedura di affondamento graduale e reversibile.
Le imbarcazioni sommerse funzionano come una sorta di piccolo sbarramento a bassa testa: rallentano la corrente e innalzano il pelo libero dell’acqua attorno alle pompe di raffreddamento dell’impianto. L’effetto atteso è un aumento fino a 20 centimetri del livello locale del fiume. Si tratta di una misura temporanea, pensata per guadagnare tempo mentre viene costruita una struttura permanente sul fondale. Il governo ha avviato la posa di 145.000 metri cubi di rocce per realizzare uno “sill”, una soglia sommersa trasversale al canale principale del fiume, capace — secondo le stime ufficiali — di alzare il Danubio fino a un metro in prossimità della centrale. Il centro di ricerca energetica HUN-REN ha confermato la fattibilità tecnica del progetto, chiedendo però che la sicurezza nucleare resti prioritaria e che l’opera tenga conto della navigazione fluviale, della protezione dalle piene e degli impatti ambientali.
La vicenda di Paks non è isolata. La Romania ha già chiuso il suo ultimo reattore attivo giovedì scorso, per la stessa ragione: livelli del Danubio insufficienti al raffreddamento. Bucarest aveva tentato una mossa analoga settimane prima, affondando quattro chiatte cariche di rocce nei pressi della centrale di Cernavodă per deviare l’acqua verso le pompe. L’intervento aveva funzionato temporaneamente, ma non è bastato a reggere l’ondata di calore prolungata. In Ungheria, la situazione è resa più delicata dal fatto che Paks copre storicamente circa il 40% del fabbisogno elettrico nazionale — un dato che rende ogni riduzione di capacità un problema diretto per famiglie e industria.
Magyar ha definito la situazione attuale qualcosa che “non si può più considerare un evento estremo eccezionale e isolato”. L’estate 2026 ha mostrato con chiarezza che le centrali nucleari europee costruite lungo i grandi fiumi devono fare i conti con un regime idrico sempre più imprevedibile. La risposta ungherese — affondare chiatte, costruire soglie sul fondale, mobilitare ingegneri e geologi in pochi giorni — dimostra che la volontà politica di mantenere operativo il nucleare è forte. La sfida ora è trasformare le soluzioni di emergenza in adattamenti strutturali duraturi, capaci di proteggere la produzione anche nelle prossime estati.



