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ROMAN, il braccio robotico italiano che lavora dentro un reattore a fusione

Un’azienda italiana ha consegnato ROMAN, un braccio robotico capace di ispezionare e fare manutenzione all’interno di RFX-mod2, macchina a fusione nucleare dove il plasma raggiunge i 20 milioni di gradi. È la prima incursione di Sòphia High Tech nel dominio nucleare, costruita su competenze nate nel settore spaziale.

ROMAN, il braccio robotico italiano che lavora dentro un reattore a fusione

Sòphia High Tech ha consegnato ROMAN, un braccio robotico progettato per ispezionare e manutenere dall’interno la macchina a fusione nucleare RFX-mod2, dove il plasma raggiunge circa 20 milioni di gradi Celsius. È la prima volta che l’azienda aerospaziale italiana entra nel dominio nucleare, e lo fa con un sistema che nessun operatore umano potrebbe mai sostituire.

ROMAN nasce nell’ambito del programma NEFERTARI — acronimo di New Equipment for Fusion Experimental Research and Technological Advancements with RFX Infrastructure — finanziato dal PNRR italiano, Missione 4, componente “Dalla ricerca all’impresa”. L’obiettivo del programma è rinnovare i sistemi al plasma e la diagnostica dell’infrastruttura di ricerca RFX, con sede a Padova, e rafforzare i laboratori satellite di Bari e Milano. Sòphia HT ha collaborato con il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università Federico II di Napoli e con Herobots, azienda specializzata in robotica per applicazioni safety-critical. Il consorzio ha progettato, sviluppato, prodotto, assemblato, testato e integrato due unità ROMAN: una consegnata al Dipartimento di Ingegneria Industriale della Federico II, l’altra al Consorzio RFX.

Le capacità operative di ROMAN sono precise e concrete. Il sistema identifica, rimuove e reinstalla singole piastrelle di grafite che rivestono la parete interna della macchina, ed esegue ispezioni visive e operazioni di pulizia. RFX-mod2 può operare sia in configurazione Reversed Field Pinch sia in configurazione Tokamak: due regimi fisicamente molto diversi, che richiedono un accesso alla prima parete ugualmente affidabile in entrambi i casi. Realizzare un manipolatore capace di muoversi con sicurezza e ripetibilità in quel contesto ha richiesto meccanica su misura, un end-effector costruito appositamente e una qualificazione estesa. Non c’era margine di errore.

La storia di Sòphia HT spiega perché questo è stato possibile. L’azienda produce componenti meccanici critici per programmi spaziali e della difesa europei, lavora con materiali estremi come titanio, Inconel e tungsteno, e usa la stampa metallica 3D a fusione laser selettiva per realizzare hardware pronto al volo. Quella stessa padronanza della meccanica di precisione si è trasferita direttamente nella progettazione di ROMAN. Domenico Borrelli, CTO di Sòphia HT, ha descritto il progetto come “il nostro primo ingresso nel dominio nucleare”, affrontato “con il rigore che applichiamo all’hardware per lo spazio”. Dietro Sòphia HT c’è Genenta Science (Nasdaq: GNTA), che sta evolvendo verso un consolidatore industriale multi-settore denominato Saentra Forge, soggetto ad approvazione degli azionisti, con focus su aerospazio, difesa, biotech e tecnologie strategiche italiane.

Il traguardo di ROMAN ha un significato che va oltre il singolo progetto. La fusione nucleare ha bisogno di sistemi remoti per qualsiasi intervento sulla prima parete: macchine come ITER o i futuri reattori commerciali impongono condizioni in cui l’accesso umano diretto è escluso per definizione. Sòphia HT entra in questo mercato con una consegna reale, non con un prototipo da laboratorio. Se la traiettoria che ha portato le sue competenze dallo spazio alla fusione continuasse verso i reattori di prossima generazione, l’Italia avrebbe un attore industriale con referenze in uno dei segmenti più tecnici e regolamentati dell’intera filiera energetica.

Tag: Transizione energetica

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