SuperCritical Materials ha annunciato il 22 settembre 2026 una partnership di ricerca con la University of Michigan per progettare, prototipare e testare sistemi offshore in grado di estrarre uranio disciolto nell’acqua di mare. L’obiettivo è verificare se la tecnologia sviluppata finora in laboratorio possa reggere le sollecitazioni meccaniche di un dispiegamento industriale in ambiente marino.
Gli oceani contengono una quantità stimata di 4,5 miliardi di tonnellate metriche di uranio disciolto. Una riserva enorme, distribuita in forma diffusa e finora inaccessibile a costi competitivi. La tecnologia al centro del progetto si basa su un materiale adsorbente brevettato, su cui SuperCritical detiene una licenza esclusiva: quando l’acqua di mare scorre sulla sua superficie, l’uranio viene intrappolato chimicamente. Il materiale viene poi recuperato dopo un periodo di esposizione definito e trattato per ottenere il combustibile. Il processo finale utilizza operazioni standard dell’industria nucleare, incluse eluizione, osmosi inversa, precipitazione e produzione di yellowcake.
La ricerca sarà guidata dalla professoressa Maha Haji, docente di ingegneria meccanica all’ateneo del Michigan e direttrice del Symbiotic Engineering and Analysis Laboratory. Haji non è nuova al tema: durante il dottorato al Massachusetts Institute of Technology aveva già progettato, costruito e testato in mare sistemi per il recupero di uranio da acqua di mare integrati con infrastrutture offshore. I test previsti dalla nuova partnership si svolgeranno presso l’Aaron Friedman Marine Hydrodynamics Laboratory dell’università, dove vasche con onde e correnti riproducono in modo controllato le condizioni marine reali. Questo consente di valutare il comportamento idrodinamico di diverse configurazioni prima di passare alle prove in mare aperto.
Il programma di ricerca analizzerà come l’adsorbente di SuperCritical risponde a diversi tipi di stress meccanico: la compressione durante il confezionamento, le forze durante il dispiegamento, l’esposizione prolungata alle correnti oceaniche e le sollecitazioni nel momento del recupero. Come ha dichiarato Alexander Canon Bryan, presidente e CEO di SuperCritical Materials, “la domanda non è più se l’uranio possa essere estratto dall’acqua di mare”, ma se il materiale adsorbente possa essere “dispiegato, esposto e recuperato in modo efficiente e ripetuto a scala industriale.” Un mese prima di questa partnership, un’analisi ingegneristica indipendente aveva già identificato diversi concept di dispiegamento offshore credibili, inclusi sistemi su piattaforma, su nave e in campo subacqueo.
Il contesto strategico è determinante. Gli Stati Uniti importano oltre il 90% del proprio approvvigionamento di uranio e cercano di ridurre questa dipendenza mentre la domanda di energia nucleare è in forte crescita. SuperCritical punta a inserirsi nella filiera del combustibile nucleare statunitense attraverso il proprio programma nearshore, con un design che miri alla competitività di costo rispetto all’estrazione terrestre. La tecnologia potrebbe inoltre consentire il recupero di altri 23 metalli disciolti nell’acqua di mare come sottoprodotto del processo.
Se i test al Michigan confermeranno la tenuta meccanica del sistema, il passo successivo sarà la sperimentazione diretta in mare aperto. La strada verso la produzione commerciale rimane lunga, ma per la prima volta esiste una traiettoria ingegneristica verificata: dal laboratorio a un impianto capace di produrre combustibile nucleare dall’oceano su larga scala. Per un settore che nei prossimi quindici anni potrebbe vedere la generazione nucleare mondiale crescere di 2,5 volte, la capacità di attingere a riserve praticamente illimitate di uranio marino potrebbe cambiare strutturalmente l’intera catena di approvvigionamento del combustibile.




