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Uranio: il prezzo a lungo termine tocca il massimo storico di 97 dollari

TradeTech, riferimento mondiale per i prezzi dell’uranio, ha registrato un nuovo massimo storico per l’indicatore di prezzo a lungo termine: 97 dollari per libbra, con un rialzo del 18% nell’ultimo anno. La spinta viene dalla domanda strutturale delle utility e dall’accelerazione globale del nucleare.

Uranio: il prezzo a lungo termine tocca il massimo storico di 97 dollari

TradeTech, il principale fornitore indipendente di prezzi e analisi sul mercato nucleare, ha certificato un nuovo massimo storico per il suo Long-Term Uranium Price Indicator: 97 dollari per libbra di U₃O₈. Il dato, pubblicato a inizio luglio 2026, segna un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non è un picco speculativo. È il segnale che le utility hanno preso atto di un cambiamento strutturale nel mercato dell’uranio.

Il prezzo a lungo termine è diverso dal prezzo spot. Riflette i contratti pluriennali che le utility siglano per garantirsi forniture di combustibile nucleare nel futuro. È meno volatile, più difficile da spostare, e quando si muove con questa intensità significa che chi gestisce i reattori sta comprando con convinzione. Le utility, secondo TradeTech, riconoscono uno spostamento fondamentale nel sostegno all’energia nucleare: contestuale alla crescita della domanda di elettricità, la domanda di uranio e combustibile nucleare si sta consolidando su basi che non hanno nulla di ciclico.

Il contesto è noto ma vale la pena misurarlo con precisione. La World Nuclear Association stima un aumento della domanda di uranio del 28% entro il 2030, dai circa 67.000 tonnellate del 2024 fino a quasi 87.000 tonnellate annue. Oltre sessanta reattori sono in costruzione nel mondo. Gli SMR stanno passando dalla carta al cantiere: a Toronto, presso la centrale di Darlington, i lavori sui reattori GE Hitachi sono già avviati. Il Dipartimento dell’Energia americano ha impegnato 2,7 miliardi di dollari per espandere la capacità nazionale di arricchimento dell’uranio, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da fornitori esteri entro il 2028. L’uranio è stato reinserito nella lista statunitense dei minerali critici, il che apre l’accesso a finanziamenti strategici.

Dall’altro lato della bilancia, l’offerta non cresce alla stessa velocità. Kazatomprom, che da solo copre circa il 40% della produzione mondiale, ha segnalato un ridimensionamento delle stime produttive per il 2026. I progetti di riavvio minerario negli Stati Uniti avanzano, ma i tempi sono lunghi: in aprile Uranium Energy Corp ha avviato la produzione al sito Burke Hollow in Texas, uno dei primi nuovi avvii statunitensi da oltre un decennio. La catena di fornitura è stata sottofinanziata per anni, e non recupera in pochi trimestri. Il mercato spot, intanto, si muove attorno agli 85 dollari per libbra, in un range stretto da aprile, dopo aver toccato 101 dollari a gennaio 2026.

La domanda dei giganti tecnologici aggiunge un vettore che fino a pochi anni fa non esisteva. Meta, Amazon e Microsoft hanno firmato accordi per ottenere capacità nucleare dedicata ai data center dell’intelligenza artificiale. Non è domanda marginale: è domanda continua, ad alta intensità, incompatibile con fonti intermittenti. Questo trascina l’interesse delle utility, che vedono nei contratti a lungo termine l’unica risposta razionale a un mercato sempre meno disposto ad aspettare.

Se il prezzo a lungo termine ha già aggiornato il massimo storico a 97 dollari, la traiettoria indica che la pressione non si allenterà presto. I nuovi reattori in costruzione, le proroghe di vita delle centrali esistenti e la corsa degli hyperscaler al nucleare creano una domanda composta che si accumula anno dopo anno. La vera variabile è quanto velocemente il lato dell’offerta riuscirà a rispondere. Fino ad allora, il mercato a termine dell’uranio continuerà a prezzare la scarsità.

Tag: Sicurezza energetica Uranio

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