Gli Stati Uniti hanno impiegato quasi quarant’anni per aggiungere la stessa capacità nucleare che la Cina ha accumulato in dieci. Il dato, certificato dall’EIA e richiamato dallo stesso Dipartimento dell’Energia americano, sintetizza meglio di qualsiasi analisi il divario che si è aperto tra le due potenze nel settore dell’atomo civile. Un divario che Washington vuole colmare, e in fretta.
A fine 2024 la Cina contava 58 reattori in esercizio per una capacità installata di 60,88 GW, con altri 36 reattori in costruzione — quasi la metà di tutti quelli che si stanno edificando nel mondo. Il ritmo di build-out cinese non ha eguali: tra il 2015 e il 2024, Pechino ha completato 37 reattori con un tempo medio di costruzione di 6,3 anni, contro una media globale di 9,4. Il costo per kilowatt in Cina è circa un terzo di quello sostenuto in Francia o negli Stati Uniti, grazie a design standardizzati, catene di fornitura indigenizzate e una politica industriale coordinata dall’alto. Non è un vantaggio congiunturale: è il risultato di una strategia avviata nel 2011 e mai abbandonata. Le proiezioni indicano che la Cina supererà gli USA come principale produttore di energia nucleare entro la fine del decennio.
Gli Stati Uniti partono da una posizione ancora solida: 94 reattori operativi, circa 97 GW di capacità installata, il 18% dell’elettricità nazionale generata da fonte nucleare. Ma solo tre reattori commerciali sono stati completati nel ventunesimo secolo. La risposta dell’amministrazione Trump è arrivata il 23 maggio 2025, con la firma di quattro ordini esecutivi che riscrivono le regole del settore. L’obiettivo dichiarato: portare la capacità nucleare americana da 100 GW attuali a 400 GW entro il 2050, con 10 nuovi grandi reattori in costruzione entro il 2030 e 5 GW di potenziamento degli impianti esistenti. La Nuclear Regulatory Commission è stata incaricata di approvare le domande di costruzione entro 18 mesi, un termine impensabile fino a pochi anni fa.
Sul fronte dei reattori avanzati, il movimento è già visibile. La NRC ha completato la valutazione di sicurezza del reattore a sodio Natrium di TerraPower a Kemmerer, Wyoming, nove mesi prima del previsto. Kairos Power ha avviato la costruzione del reattore Hermes nel maggio 2025 e a aprile 2026 ha posato la prima pietra di Hermes 2, il primo impianto sviluppato nell’ambito dell’accordo con Google. Il Dipartimento dell’Energia ha selezionato TVA e Holtec Government Services per i primi SMR a luce avanzata negli Stati Uniti, stanziando fino a 800 milioni di dollari in finanziamenti federali. L’impianto di Palisades, chiuso nel 2022, è prossimo a diventare la prima centrale nucleare riavviata dopo l’avvio del decommissioning, sostenuto da un prestito DOE da 1,52 miliardi di dollari.
La Cina intanto avanza su più fronti. Ha il più grande SMR al mondo in fase di completamento, il Linglong-1, da 125 MW, unico modello SMR ad aver superato la revisione di sicurezza universale dell’AIEA. Sviluppa i reattori di quarta generazione — fast breeder e gas ad alta temperatura. E ha in programma di portare il nucleare al 10% del mix elettrico nazionale entro il 2035, partendo dall’attuale 4,47%. Con 29 reattori ufficialmente in costruzione secondo la World Nuclear Association, nessun altro paese si avvicina a questi numeri.
Il confronto tra le due potenze non è solo energetico. È industriale, tecnologico, geopolitico. Gli USA puntano a esportare tecnologia nucleare alleata — gli ordini esecutivi Trump includono esplicitamente il mandato di aumentare i finanziamenti per progetti nucleari americani all’estero. La Cina esporta il suo reattore Hualong One in Pakistan e guarda ad altri mercati in Asia e Africa. Chi costruirà più reattori nel prossimo decennio non vincerà solo una gara di capacità installata: definirà gli standard tecnici, i rapporti di dipendenza energetica e le alleanze strategiche del XXI secolo. Washington ha scelto di giocare questa partita. Adesso deve dimostrare di saperla giocare alla stessa velocità.



