Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha pubblicato il 9 giugno la versione definitiva della Fusion Science and Technology Roadmap, un piano nazionale che fissa come obiettivo la fusione energetica commerciale entro la metà degli anni 2030. Il documento non è una dichiarazione d’intenti generica: definisce scadenze, lacune tecnologiche da colmare e modalità di collaborazione tra agenzie federali, università, laboratori nazionali e industria privata.
La strategia si articola attorno a tre assi, sintetizzati nell’acronimo Build–Innovate–Grow. Il primo punta a costruire le infrastrutture necessarie per chiudere i gap nei materiali strutturali, nei componenti a contatto con il plasma, nei sistemi di confinamento, nel ciclo del combustibile e nell’ingegneria d’impianto. Il secondo asse prevede di spingere sulla ricerca avanzata, integrando calcolo ad alte prestazioni e intelligenza artificiale. Il terzo mira ad allargare l’ecosistema industriale attraverso partenariati pubblico-privati, sviluppo della catena di fornitura e formazione della forza lavoro. Tre direttrici distinte, ma costruite per agire in parallelo.
Il piano è stato elaborato con il contributo di oltre 800 scienziati e ingegneri provenienti da settore pubblico e privato. Un processo lungo, che ha prodotto una roadmap capace di raccogliere il consenso dell’intera comunità scientifica americana sulla fusione. Il documento, va precisato, si innesta su versioni precedenti — una bozza era stata rilasciata dal DOE nell’ottobre 2025, a sua volta basata su strategie del 2023 e 2024 — ma questa è la prima versione dichiarata “definitiva”, allineata alla Genesis Mission e al neonato Office of Fusion istituito dal DOE. L’attuazione prevede un uso esplicito dell’intelligenza artificiale come strumento operativo di ricerca e gestione dei progetti.
Dietro la mossa istituzionale c’è una realtà industriale già in moto. Oltre 10 miliardi di dollari in investimenti privati sono già impegnati sullo sviluppo di tecnologie di fusione e progetti dimostrativi negli Stati Uniti. Aziende come Commonwealth Fusion Systems e Helion Energy stanno costruendo impianti pilota rispettivamente in Massachusetts e nello Stato di Washington. Il DOE coordina questo slancio, non lo genera: il suo ruolo è colmare i gap tecnici che il mercato da solo non può affrontare, dal comportamento dei materiali sotto irraggiamento ai sistemi di gestione del combustibile. A settembre 2025 il Dipartimento aveva già assegnato un contratto da 134 milioni di dollari per rafforzare la collaborazione tra laboratori nazionali, università e aziende private sul fronte della ricerca sulla fusione.
Il piano si inserisce nell’agenda energetica dell’amministrazione Trump, in particolare nell’ordine esecutivo “Unleashing American Energy”, e risponde a una logica di competizione globale. Altri paesi — Cina e Corea del Sud in testa — stanno investendo massicciamente nella fusione. Gli Stati Uniti scelgono di rispondere con una strategia che mette insieme scienza di base e percorsi di commercializzazione in un unico documento vincolante per tutte le agenzie coinvolte. Se le tappe intermedie della roadmap verranno rispettate — e dipenderà anche dalle future decisioni del Congresso sui finanziamenti — la prima centrale a fusione connessa alla rete americana potrebbe diventare realtà prima del 2040. Un traguardo che sembrava remoto fino a pochi anni fa, e che oggi ha finalmente una mappa.



