La transizione energetica non può essere un campo di battaglia ideologico. È il messaggio di Michele Vitiello, segretario generale del World Energy Council Italia, intervenuto nel podcast “Italia in transizione” di Adnkronos e Shared Ground. La tesi è diretta: un mix energetico costruito senza pregiudizi tecnologici è l’unica strada per garantire sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e prezzi accessibili ai cittadini.
Il ragionamento di Vitiello parte da un dato concreto. Prima della guerra in Ucraina, l’Europa dipendeva dal gas russo per circa il 40% del proprio fabbisogno; oggi quella quota è scesa quasi al 12%. La riduzione è stata necessaria, ma il problema non è sparito. Si è spostato. Costruire un sistema che punta su una sola tecnologia — fosse anche una rinnovabile — rischia di tradursi in un freno alla competitività industriale e di essere percepito dai cittadini come un ostacolo al benessere. Vitiello insiste su un punto preciso: l’energia deve essere considerata un asset strategico, non un terreno di scontro da campagna elettorale. “Ci si è resi conto che la giusta transizione energetica non è ideologica, ma è razionale”, dice.
Il nucleare occupa un posto centrale in questa visione. “Attorno al nucleare c’è una nuova sensibilità che rinasce”, afferma Vitiello, citando gli small modular reactor e gli impianti di quarta generazione come tecnologie profondamente diverse da quelle che avevano alimentato le paure dei referendum italiani del 1987 e del 2011. Il nodo, riconosce, non è solo tecnologico: è culturale. La paura non si liquida con il sarcasmo. Va affrontata con dati corretti e comunicazione chiara. Sullo sfondo c’è il paradosso italiano: l’Italia compra già oggi energia elettrica prodotta da centrali nucleari francesi e slovene, pagandola ad altri. La domanda implicita è se abbia senso proseguire indefinitamente su questa strada. Il MASE punta a produrre 8 Gigawatt da fonte nucleare entro il 2050, pari a circa l’11% del fabbisogno nazionale.
Il contesto legislativo è in movimento. Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Il testo — firmato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin — non autorizza direttamente la costruzione di impianti, ma crea il quadro giuridico necessario. Ora il provvedimento è al Senato, con l’obiettivo di chiudere l’iter prima della pausa estiva per arrivare all’emanazione dei decreti attuativi entro fine 2026. Il piano prevede investimenti complessivi nell’ordine dei 60 milioni di euro nel triennio 2027-2029 destinati a ricerca, progettazione e formazione. Università ed enti di ricerca sono chiamati a riattivare una filiera nucleare di fatto scomparsa dopo i referendum. Studi del Politecnico di Milano stimano però almeno dieci anni per vedere un primo reattore operativo, con un contributo energetico significativo atteso solo nel periodo 2040-2050.
L’analisi EY “Nucleare Italia 2026” offre intanto una prima quantificazione economica: un SMR da 100 MW, in funzione per 25 anni, sarebbe in grado di produrre oltre 700mila megawattora all’anno — abbastanza per coprire il fabbisogno elettrico di una città di circa 150mila abitanti. Secondo EY, passare dalla fase pilota alla produzione in serie può ridurre i costi degli impianti fino al 70%, grazie alla ripetibilità dei cantieri. Le sfide restano reali: nessun SMR commerciale è ancora operativo in Occidente e i costi iniziali dei primi progetti sono stati rivisti significativamente al rialzo. Ma la direzione del dibattito, sia in Italia che in Europa, è segnata. Il punto che Vitiello pone — e che il percorso legislativo in corso rende urgente — è se il Paese sarà in grado di costruire le competenze industriali e la fiducia pubblica necessarie prima che le tecnologie siano pronte. Il tempo, in questo caso, non è una variabile secondaria.



