La transizione energetica italiana non può trasformarsi in una battaglia di principio. È questo il messaggio di Michele Vitiello, segretario generale del World Energy Council Italia, intervenuto nel podcast “Italia in transizione” di Adnkronos e Shared Ground. Il nucleo del suo ragionamento è diretto: un Paese che esclude tecnologie a basse emissioni per ragioni ideologiche paga questa scelta in termini di costi, dipendenza e competitività industriale.
Vitiello cita esplicitamente gli Small Modular Reactor e gli impianti di quarta generazione come tecnologie profondamente diverse da quelle al centro dei referendum italiani del 1987 e del 2011. La paura, sottolinea, non va liquidata, ma affrontata con dati corretti e comunicazione concreta. Il contesto geopolitico pesa: prima della guerra in Ucraina, l’Europa dipendeva dal gas russo per circa il 40%; oggi quella quota è scesa quasi al 12%, ma la pressione sulle bollette non è svanita. Alla crisi del gas si somma la tensione sullo Stretto di Hormuz, che ha spinto l’Agenzia internazionale dell’energia a liberare 400 milioni di barili dalle riserve strategiche — con un contributo italiano di quasi 10 milioni. Per Vitiello, chi produce energia con un mix equilibrato risulta meno esposto a queste turbolenze. L’Italia, invece, continua a importare elettricità nucleare da Francia e Slovenia, pagandola ad altri.
Le parole di Vitiello arrivano a pochi giorni dal voto della Camera sul disegno di legge delega sul “nucleare sostenibile”: 155 voti favorevoli, 86 contrari, 8 astenuti. Il testo ora passa al Senato, che il governo punta a chiudere prima della pausa estiva. Il ddl non autorizza la costruzione di alcun impianto, ma costruisce il quadro giuridico per farlo: il governo avrà un anno dall’approvazione definitiva per adottare i decreti attuativi, che il ministro Gilberto Pichetto Fratin intende varare entro Natale 2026. La strategia punta su SMR e AMR — i reattori avanzati di quarta generazione — con un obiettivo dichiarato di 8-16 gigawatt entro il 2050, pari all’11-22% del mix elettrico nazionale. Sul piano industriale, sono previsti investimenti di 60 milioni di euro nel triennio 2027-2029 per ricerca, progettazione e formazione. Nasce anche NucItalia, la società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo incaricata di sviluppare analisi e soluzioni tecnologiche per il nuovo nucleare italiano.
I nodi restano aperti e non sono secondari. Il Politecnico di Milano stima almeno dieci anni per vedere un primo reattore operativo, con un contributo energetico significativo collocato tra il 2040 e il 2050. Sul fronte tecnologico, i prototipi commerciali degli SMR prodotti da imprese occidentali hanno stime di consegna che, secondo l’IEA, variano dal 2029 al 2039. In parallelo, il deposito nazionale per le scorie radioattive — necessario prima ancora di costruire nuovi reattori — non è ancora stato realizzato, nonostante anni di discussioni e una forte opposizione locale alle proposte di sito. Ricostruire una filiera nucleare smantellata dopo il 1987 richiede tempo e investimenti in formazione che l’università italiana deve ancora mettere a terra. Le opposizioni in Parlamento contestano proprio questi elementi: tempi, costi e gestione delle scorie. Il centrodestra risponde che preparare oggi il quadro normativo serve a non restare fuori quando le tecnologie raggiungeranno la maturità commerciale.
Se il Senato approverà il ddl entro l’estate — come prevede il governo — e i decreti attuativi arriveranno entro dicembre, l’Italia avrà per la prima volta in quarant’anni un quadro legale che consente di produrre energia nucleare sul territorio nazionale. Non è un reattore, ma è la premessa indispensabile per costruirne uno. La vera partita si giocherà nei decreti: lì si scrivono le regole su autorizzazioni, sicurezza, scelta dei siti e coinvolgimento dei Comuni. Da quei testi dipende se il 2034-2035 come orizzonte per i primi impianti resterà un’aspirazione politica o diventerà un cantiere reale.



