La centrale nucleare di Zaporizhzhia ha perso tutta l’alimentazione elettrica esterna mercoledì sera alle 21:00 ora locale. È la diciannoveesima volta dall’inizio della guerra. L’attacco ha colpito una sottostazione elettrica sull’altra sponda del Dnipro, disconnettendo la linea di backup Ferosplavna-1 da 330 kilovolt, l’unica rimasta operativa dopo che la principale da 750 kV era già fuori servizio dal 24 marzo. L’IAEA lo ha comunicato giovedì con una nota ufficiale, precisando che nessun rilascio di radioattività è stato rilevato e che i livelli di radiazione restano nei limiti normali.
L’impianto — il più grande d’Europa, con sei reattori tutti in stato di spegnimento dal settembre 2022 — sta attualmente operando con i generatori diesel di emergenza, che forniscono l’elettricità necessaria per il raffreddamento dei noccioli dei reattori e del combustibile nucleare esaurito. La gestione installata dai russi ha confermato la perdita di alimentazione esterna e ha dichiarato di aver adottato le misure necessarie per mantenere la sicurezza degli impianti. Il tempismo è particolarmente delicato: l’interruzione è avvenuta proprio mentre erano in corso i preparativi per riparare la linea principale da 750 kV Dniprovska, lavori che avrebbero dovuto svolgersi sotto la protezione di un cessate il fuoco locale negoziato dall’IAEA tra le parti in conflitto.
Il direttore generale dell’IAEA, Rafael Grossi, ha reagito con una dichiarazione diretta: “L’ultima perdita di alimentazione esterna evidenzia ancora una volta la fragilità estrema della rete elettrica e i pericoli costanti per la sicurezza nucleare durante la guerra.” Grossi ha ribadito la necessità di moderazione militare per evitare un incidente nucleare. È un appello che si ripete da mesi, senza che la situazione sul campo migliori in modo stabile. La rete elettrica attorno alla centrale si è progressivamente degradata nel corso del conflitto: prima della guerra l’impianto disponeva di dieci linee di alimentazione esterna; oggi ne resta una sola, peraltro già interrotta più volte. Mosca e Kyiv continuano ad accusarsi a vicenda degli attacchi alle infrastrutture elettriche, senza che nessuna delle due parti abbia ammesso responsabilità dirette.
Il pericolo concreto non è una fusione del nocciolo nell’immediato, ma l’esaurimento progressivo delle riserve di carburante per i diesel. Zaporizhzhia mantiene scorte sufficienti per oltre dieci giorni di operatività, con rifornimenti regolari che cercano di mantenere questo livello. Ma ogni blackout allunga la dipendenza dai generatori e riduce il margine di sicurezza disponibile. Un’interruzione prolungata senza rifornimenti adeguati potrebbe mettere a rischio il raffreddamento dei reattori spenti e delle piscine per il combustibile esaurito, con conseguenze che andrebbero ben oltre i confini ucraini. L’IAEA ha ripetuto in più occasioni che la perdita di alimentazione esterna resta il rischio di sicurezza nucleare più grave sull’intera struttura.
Nelle prossime ore sarà determinante capire con quale rapidità verrà ripristinata almeno una delle linee esterne e se il cessate il fuoco negoziato per le riparazioni potrà ancora reggere. La sequenza degli eventi degli ultimi mesi — un blackout totale che nell’autunno 2025 durò quasi un mese, seguita da riparazioni parziali sotto tregua e da nuove interruzioni — mostra un pattern che non si interrompe. Finché la guerra continua e le infrastrutture elettriche rimangono obiettivi militari, la centrale di Zaporizhzhia resterà sospesa in una condizione di emergenza permanente, gestita di blackout in blackout.



