European Fusion Association e Fusion Europe hanno avviato un processo formale di allineamento strategico. L’obiettivo è costruire un’unica voce rappresentativa per l’industria europea della fusione nucleare nelle sedi istituzionali di Bruxelles. Una mossa attesa, in un momento in cui la Commissione europea sta preparando la propria strategia sulla fusione — un documento ormai rimandato rispetto alla scadenza originaria del dicembre 2025, ma ancora in lavorazione secondo quanto confermato dal commissario all’energia Dan Jørgensen.
L’EFA era stata costituita ufficialmente il 24 settembre 2024 come associazione internazionale senza scopo di lucro, con sede a Bruxelles. Tra i dodici soci fondatori figurano aziende di sette paesi europei: da Gauss Fusion (Germania) ad ASG Superconductors e SIMIC (Italia), da Assystem (Francia) a SUBRA (Danimarca), fino a Thales e Trumpf. Marianna Ginola, Head of Nuclear, Fusion Energy & Research di SIMIC, siede nel consiglio esecutivo dell’associazione fin dalla sua fondazione. L’idea era nata nel maggio 2024, al workshop sul settore privato della fusione organizzato da ITER a Cadarache. La convinzione di partenza: l’Europa possiede già tecnologie e know-how sufficienti per sviluppare un sistema di energia da fusione in proprio, ma rischia di disperdere queste capacità in una miriade di iniziative nazionali non coordinate.
Il processo di allineamento con Fusion Europe risponde a questa stessa preoccupazione, portata a un livello superiore. Finché l’industria europea della fusione parla con voci distinte, il suo peso politico resta inferiore al suo reale potenziale industriale. La frammentazione non è solo un problema organizzativo: secondo un’analisi del Clean Air Task Force, l’Europa sconta oggi strutture di governance sovrapposte, priorità di ricerca non allineate, incertezza regolatoria e assenza di partenariati pubblico-privati specifici per la fusione. Tutti fattori che frenano la competitività delle startup europee rispetto ai concorrenti americani e cinesi, che possono contare su sostegni pubblici più coerenti e mirati.
Il quadro macro è chiaro: gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e il Canada stanno tutti intensificando il sostegno pubblico e gli investimenti privati nel settore. Siti per impianti di fusione sono già stati identificati in Germania, nel Regno Unito e in Svezia. L’Europa, che pure ha accumulato decenni di eccellenza scientifica grazie a programmi come ITER ed EUROfusion, rischia di arrivare seconda nella corsa industriale. Fusion for Energy, il braccio europeo per ITER, gestisce contributi per 5,61 miliardi di euro nel solo periodo 2021-2027, ma la governance pubblica non basta più: serve una filiera industriale privata capace di sostenere la commercializzazione. Il settore a livello globale impiega già oltre 4.600 persone direttamente, con una catena di fornitura che ne coinvolge almeno 9.300.
L’EFA si è data fin dall’inizio un ruolo preciso: essere l’interfaccia tra l’industria — dai progettisti di centrali ai fornitori della supply chain — e i decisori politici a Bruxelles e nelle capitali nazionali. Un compito che richiede massa critica. L’allineamento con Fusion Europe va letto in questa chiave: non è una semplice fusione organizzativa, ma un tentativo di costruire quella coerenza di sistema che, finora, ha mancato all’Europa della fusione. Se la Commissione pubblicherà la sua strategia nel 2026 come ora previsto, troverà di fronte un interlocutore industriale più compatto. Resta da vedere se questo basterà a colmare il ritardo nei confronti di chi, altrove, ha già convertito la volontà politica in investimenti concreti e tempistiche credibili.


