Gli investimenti globali nella fusione nucleare hanno raggiunto 4,5 miliardi di dollari nell’ultimo anno, segnando un aumento del 69% rispetto al periodo precedente. Il dato, pubblicato dalla Fusion Industry Association nel luglio 2026, certifica un cambio di passo concreto: il settore privato ci crede, e i capitali si muovono di conseguenza. Dal 2021 a oggi, il totale cumulato dei finanziamenti ha toccato 14,2 miliardi di dollari.
Quattro aziende hanno concentrato più della metà degli investimenti nell’anno di riferimento: Commonwealth Fusion Systems, Inertia Enterprises, Helion Energy e Proxima Fusion. CFS è forse il caso più citato: ha chiuso un round da 863 milioni di dollari con Nvidia tra i nuovi investitori, insieme a Google, Khosla Ventures e Breakthrough Energy Ventures di Bill Gates. Il suo reattore sperimentale SPARC punta al primo plasma nel 2026, con l’obiettivo di produzione commerciale nel decennio successivo. Google ha anche stretto un accordo per acquistare 200 megawatt di energia da fusione da CFS una volta che il progetto ARC sarà operativo. Sul fronte della ricerca, DeepMind ha annunciato una partnership con CFS per integrare l’intelligenza artificiale nello sviluppo del reattore.
Il profilo degli investitori racconta molto. Alphabet, Chevron, Microsoft, Eni e Cenovus Energy sono tra i grandi gruppi quotati che hanno preso posizione nel mercato della fusione, spesso attraverso partecipazioni in aziende private. Eni è tra i player europei più attivi: nel 2018 ha investito 50 milioni di dollari in CFS, e oggi si trova in una posizione privilegiata rispetto alla concorrenza continentale. La compagnia italiana ha riportato un utile netto rettificato di 1,4 miliardi di euro nel primo trimestre del 2025, con un piano 2025-2028 orientato a investimenti selettivi. La fusione rientra in questa strategia di lungo periodo.
Sul fronte delle operazioni societarie, a dicembre 2025 Trump Media & Technology Group ha annunciato una fusione da 6 miliardi di dollari con TAE Technologies, la società di fusione privata più longeva al mondo, fondata nel 1998. Se il deal si chiuderà come previsto, creerà una delle prime aziende di fusione quotate in borsa negli Stati Uniti. TAE ha raccolto oltre 1,3 miliardi di dollari da investitori tra cui Google, Chevron e Goldman Sachs, e detiene più di 1.600 brevetti. Il piano prevede l’avvio della costruzione di un impianto da 50 megawatt nel 2026.
La maggior parte delle aziende di fusione resta fuori dai listini azionari. TAE Technologies, Zap Energy, General Fusion e Helion Energy sono tutte a capitale privato. Chi vuole esposizione al settore oggi deve passare per i grandi gruppi che le finanziano, con tutto ciò che questo comporta in termini di liquidità e trasparenza. È un limite strutturale del mercato, ma anche un indicatore di quanto sia ancora giovane questa industria. Giovane e con capitali in forte crescita: la combinazione non è frequente.
Le proiezioni più prudenti collocano i primi impianti commerciali a fusione tra il 2030 e il 2035. Non è una data lontana, se si considera che i cicli di costruzione di infrastrutture energetiche si misurano in decenni. L’accelerazione degli investimenti privati — trainata da colossi tecnologici e grandi compagnie energetiche — suggerisce che la finestra temporale si sta stringendo. Chi entra ora, nel settore o nella filiera, si posiziona su un mercato che tra dieci anni potrebbe avere regole completamente diverse.



