General Fusion ha annunciato il 22 giugno 2026 i primi risultati significativi della macchina LM26: riscaldamento del plasma fino a temperature elettroniche di circa 8,4 milioni di gradi Celsius, pari a 0,72 keV. Il riscaldamento è ottenuto esclusivamente per compressione meccanica, senza ricorrere a sistemi di riscaldamento esterno. Un approccio che distingue questa tecnologia dalla quasi totalità dei progetti di fusione oggi attivi.
LM26, il cui nome completo è Lawson Machine 26, è operativa dal 2025. È stata progettata e costruita in meno di due anni — sedici mesi secondo quanto dichiarato dall’azienda — e rappresenta il primo dispositivo di dimostrazione MTF (Magnetized Target Fusion) costruito a scala commercialmente rilevante, con un diametro pari al 50% di quello previsto per un impianto commerciale. La macchina comprime il plasma attraverso un rivestimento di litio liquido: la liner si contrae meccanicamente, aumentando densità e temperatura del plasma racchiuso al suo interno. I risultati registrati mostrano un aumento della temperatura elettronica di oltre tre volte rispetto ai valori iniziali, una crescita della densità del plasma e del campo magnetico poloidale entrambe di un fattore dieci, e un incremento del rendimento neutronico durante la compressione. Nessuna contaminazione significativa del plasma da parte del litio nella fase stabile dell’esperimento.
I dati sono stati verificati con più strumenti diagnostici, tra cui la diffusione Thomson e sistemi AXUV (Absolute Extreme Ultraviolet). Il paper tecnico è stato pubblicato sul sito di General Fusion e contestualmente inviato per la revisione scientifica. La scelta di rendere pubblici i risultati prima della peer review è deliberata: l’azienda vuole comunicare progressi concreti in tempo reale, senza attendere i tempi lunghi delle riviste specializzate. Questo approccio comporta un margine di incertezza sui dati, ma General Fusion ritiene che le misurazioni siano solide e coerenti tra loro.
Il contesto in cui questi risultati maturano è quello di una corsa alla fusione commerciale che ha accelerato negli ultimi tre anni. General Fusion non usa laser né magneti superconduttori ad alta temperatura: la sua scommessa è sulla semplicità meccanica, che dovrebbe tradursi in costi di costruzione e manutenzione inferiori rispetto ad approcci come il tokamak o il confinamento inerziale. Il CEO Greg Twinney ha ricordato il contributo di partner istituzionali come la UK Atomic Energy Authority, il Princeton Plasma Physics Laboratory e General Atomics. La collaborazione con centri di ricerca pubblici segnala che la strada percorsa ha credibilità scientifica oltre che industriale.
Il prossimo traguardo dichiarato è raggiungere 1 keV di temperatura elettronica, corrispondente a 10 milioni di gradi Celsius. Poi 10 keV, cioè 100 milioni di gradi, la soglia necessaria per sostenere la reazione di fusione deuterio-trizio. Infine il criterio di Lawson, la combinazione di parametri che indica la produzione netta di energia nel plasma. A 0,72 keV, LM26 ha percorso poco più di due terzi del primo gradino. La distanza che resta è reale. Ma il fatto che una macchina costruita in sedici mesi, a metà scala commerciale, produca già riscaldamento compressionale misurabile e riproducibile cambia la natura del problema: non è più questione di principio fisico, ma di ingegneria e ottimizzazione dei parametri di partenza del plasma.


