Bluecore Energy ha chiuso un round pre-seed da 10 milioni di dollari — sottoscritto in eccesso rispetto all’obiettivo — per portare l’energia nucleare direttamente dove serve: sulle banchine dei porti, nei data center, sulle navi cargo. La startup californiana, fondata da Kofi Asante, ha già consegnato la prima chiatta e il primo reattore elettrico di test alla sua sede nel Porto di Long Beach.
Il modello è semplice quanto ambizioso. Bluecore Energy monta piccoli reattori modulari a ciclo chiuso e raffreddati ad acqua su chiatte da 185 piedi. Il sistema scalda acqua, trasferisce il vapore a un generatore e produce elettricità. Una volta rifornita di combustibile — operazione necessaria soltanto ogni alcuni anni — la chiatta può navigare verso la destinazione successiva, azzerando le emissioni legate al trasporto. Il sistema iniziale è progettato per erogare 10 MWe, l’equivalente del fabbisogno di circa 15.000 abitazioni, con la possibilità di aggregare più unità per alimentare un intero porto o un campus di intelligenza artificiale.
A luglio, Bluecore Energy e il Porto di Long Beach hanno firmato un accordo che rende la startup la prima azienda SMR ad avere la propria sede all’interno di un grande porto statunitense. Non è un dettaglio secondario: il Porto di Long Beach ha fissato l’obiettivo di diventare il primo porto a zero emissioni al mondo entro il 2050, e considera Bluecore un tassello rilevante di quella traiettoria. L’accordo include anche lo sviluppo di protocolli di sicurezza per i reattori marittimi insieme alla Maritime Administration federale statunitense.
Kofi Asante arriva da un percorso professionale lontano dall’ingegneria nucleare. Ha lavorato in Uber Freight, ha fatto parte del team di lancio del velivolo ibrido elettrico autonomo di Elroy Air, poi è passato alla startup di navi elettriche Arc. È stato anche venture partner in Rackhouse Venture Capital. Quando lavorava per Arc e osservava i consumi energetici del porto di Long Beach, ha maturato l’idea che stava cercando. A gennaio ha lasciato il suo impiego e ha fondato Bluecore Energy. Il round è stato guidato da Slauson & Co., con la partecipazione di Harlem Capital e Precursor Ventures, tra gli altri investitori.
L’interesse dei data center aggiunge una seconda linea di domanda concreta. Il 61% degli sviluppatori di infrastrutture di calcolo prevede di installare generazione di energia propria quando la rete locale non riesce a soddisfare i carichi richiesti dall’intelligenza artificiale. I grandi modelli di AI consumano quantità di elettricità che le reti tradizionali faticano a garantire in modo continuo e senza emissioni. Un reattore galleggiante ormeggiato a poca distanza da un campus tecnologico risponde a quel problema in modo diretto, senza attendere anni di nuova infrastruttura di trasmissione.
Se Bluecore riesce a superare le fasi di certificazione regolatoria e a dimostrare l’affidabilità operativa in ambiente portuale, il formato della chiatta nucleare potrebbe diventare un modello replicabile su scala globale. Porti, isole, installazioni militari remote, comunità costiere con accesso limitato alla rete: il mercato potenziale è ampio. La sfida regolamentare è reale, ma il fatto che una startup abbia già ottenuto una sede fisica all’interno di un porto federale e raccolto 10 milioni in pochi mesi segnala che l’approccio è considerato credibile dagli investitori e dagli operatori portuali. Il passo successivo sarà la dimostrazione tecnica su scala reale.




