Kevin O’Leary ha comprato uranio fisico per la prima volta nella sua carriera di investitore. L’annuncio è arrivato a margine di una conferenza il 17 settembre 2026, e la logica è lineare: i Small Modular Reactor stanno per entrare nella fase commerciale, i data center hanno bisogno di energia continua e a zero emissioni, e tutti quei reattori girano a uranio. “Tanto vale comprare i picconi e le pale di questa strategia”, ha dichiarato O’Leary, usando una metafora cara agli investitori nelle materie prime.
La posizione sull’uranio si inserisce in un portafoglio già orientato verso le infrastrutture energetiche per l’intelligenza artificiale. O’Leary ha citato progetti attivi in Norvegia, Finlandia, Alberta e Utah, tutti legati alla fornitura di elettricità per i data center piuttosto che allo sviluppo diretto di modelli AI. La sua tesi è che il valore reale della corsa all’intelligenza artificiale non stia nei modelli, ma nelle infrastrutture che li tengono accesi. L’uranio, in questo schema, è un input indispensabile e ancora sottovalutato.
Il tempismo non è casuale. I quattro maggiori gruppi tecnologici americani hanno sottoscritto collettivamente oltre 10 gigawatt di nuova capacità nucleare nell’ultimo anno, secondo i dati di settore. Il consumo globale di elettricità dei data center è atteso a 1.300 TWh entro il 2035. Gli SMR sono la risposta più diretta a quella domanda: reattori compatti, a emissioni zero, progettati per fornire potenza continua senza le discontinuità delle rinnovabili. O’Leary ha confermato che il suo investimento è legato precisamente all’atteso avvio commerciale di questi impianti.
Il contesto normativo si sta muovendo nella stessa direzione. Negli Stati Uniti, il nuovo framework regolatorio Part 53 della Nuclear Regulatory Commission, finalizzato a marzo 2026, è ora disponibile per i richiedenti e apre la strada a una certificazione più rapida dei design avanzati. In Canada, Ontario Power Generation ha presentato a marzo 2026 la domanda di licenza operativa per il primo SMR del progetto Darlington. Il mercato dell’uranio registra tutto questo: più reattori in costruzione significa più domanda di combustibile, e l’offerta non cresce alla stessa velocità.
La mossa di O’Leary è indicativa di un cambiamento nella percezione del nucleare tra gli investitori generalisti. Per decenni l’uranio è rimasto una nicchia per specialisti del settore energetico. Oggi un volto televisivo del capitalismo americano lo inserisce nel proprio portafoglio pubblicamente, affiancandolo a posizioni in criptovalute e infrastrutture digitali. Il segnale che manda al mercato retail è preciso: gli SMR non sono più una promessa lontana, sono una scommessa con una data di scadenza ravvicinata. Chi vuole esposizione all’ondata di domanda energetica dell’AI, secondo O’Leary, dovrebbe guardare al combustibile prima ancora che ai reattori.




