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Nuclear Diamond Batteries punta a 150 milioni di sensori IoT con batterie betavoltaiche

Nuclear Diamond Batteries (NDBI) ha pubblicato un white paper che descrive un’architettura di micropotenza nucleare per sensori IoT a lunghissima durata, puntando all’ecosistema LoRaWAN da 150 milioni di dispositivi. La tecnologia betavoltaica della sussidiaria AtomiQ potrebbe eliminare la sostituzione delle batterie in ambienti remoti o inaccessibili.

Nuclear Diamond Batteries punta a 150 milioni di sensori IoT con batterie betavoltaiche

Nuclear Diamond Batteries, Inc. (OTCID: NDBI) ha pubblicato un white paper tecnico intitolato The Perpetual Sensor: Nuclear Diamond Batteries for LoRaWAN and the Next Generation of Long-Life IoT, che esamina come la micropotenza betavoltaica possa alimentare una nuova generazione di sensori wireless a manutenzione ridotta. Il documento arriva in un momento preciso: il 22 settembre 2026, la LoRa Alliance ha annunciato il raggiungimento di 150 milioni di dispositivi LoRaWAN connessi nel mondo, con un tasso di crescita annuo del 25%.

L’obiettivo dichiarato di NDBI è inserirsi in questo ecosistema con un’architettura che la società chiama “Perpetual Sensor”: una piattaforma di rilevamento wireless costruita attorno a una generazione continua di micropotenza, accumulo di energia, elettronica ultra-low-power e comunicazioni intermittenti. Il termine “perpetual” non indica un dispositivo che funziona all’infinito, ma un’architettura progettata per estendere drasticamente la vita operativa non presidiata, riducendo o potenzialmente eliminando la sostituzione ordinaria delle batterie durante il ciclo di vita utile del sensore. La distinzione è importante. NDBI non ha ancora costruito, testato né commercializzato alcun sensore di questo tipo.

Il white paper identifica i dispositivi LoRaWAN Class A come architettura di riferimento, poiché trascorrono la maggior parte del tempo in stati a bassissimo consumo tra un evento di rilevamento e una trasmissione. Questo profilo di consumo si sposa bene con una sorgente di potenza continua ma di bassissima intensità, come quella derivante dal decadimento radioisotopico. Il documento copre 19 settori applicativi potenziali, tra cui utility, infrastrutture, difesa, agricoltura, monitoraggio industriale e ambienti remoti. Sono quei contesti in cui la sostituzione fisica delle batterie è costosa, pericolosa o del tutto impraticabile.

La sussidiaria di NDBI responsabile dello sviluppo tecnologico è AtomiQ, che lavora su batterie nucleari al diamante progettate per convertire l’energia del decadimento radioisotopico in elettricità a lunga durata. I primi traguardi di sviluppo contemplati nel white paper includono la caratterizzazione dell’output continuo della sorgente, l’efficienza di accumulo dell’energia, il consumo del sensore, il fabbisogno energetico per la trasmissione e gli intervalli di reporting raggiungibili. Solo dopo la validazione in laboratorio si passerebbe allo sviluppo di un prototipo integrato e ai test sul campo. Brevetti aggiuntivi sulle tecnologie e sui materiali sono ancora in fase di deposito.

Il mercato LoRaWAN che NDBI vuole raggiungere è già concreto e dimensionato. I dati citati dalla LoRa Alliance illustrano la scala già operativa: ZENNER Connect gestisce oltre 11,6 milioni di sensori, Netmore ha 11,2 milioni di dispositivi attivi, The Things Industries circa 6 milioni e Veolia più di 4 milioni di smart meter attivi solo in Francia. Global Market Insights stima il mercato LoRaWAN globale a 3,7 miliardi di dollari nel 2024, con proiezioni fino a 75,8 miliardi entro il 2034, a un tasso di crescita annuo composto del 41,1%.

Se la validazione in laboratorio confermasse la fattibilità del bilancio energetico teorico — quanto potere viene generato, con quale efficienza viene accumulato, quanto ne consuma la trasmissione — NDBI disporrebbe delle basi per sviluppare un prototipo reale. Il percorso è ancora lungo e dichiaratamente nella fase propositiva. Ma la convergenza tra la maturità dell’ecosistema LoRaWAN e la ricerca su sorgenti di energia a bassissima manutenzione apre uno spazio applicativo che nessun’altra tecnologia ha ancora occupato stabilmente.

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