Atomarine vuole portare i data center in mare aperto, alimentarli con navi a propulsione nucleare e farlo quattro volte più velocemente di quanto si possa fare a terra. La startup, fondata a Boston nel 2026 da Dimitris Koutentakis ed Emile Germonpré e selezionata dal batch estivo di Y Combinator, ha presentato il proprio progetto al Demo Day di luglio raccogliendo un’attenzione straordinaria tra i venture capitalist. Già oltre 4 miliardi di dollari in lettere d’intento da potenziali clienti nel settore dell’infrastruttura di calcolo.
Il modello è architetturalmente semplice nella sua logica: barge modulari standardizzate, costruite su una singola linea di produzione in cantiere navale, ancorate a 10-12 miglia nautiche dalla costa e collegate a navi che erogano energia in modo completamente autonomo dalla rete elettrica. Il raffreddamento è garantito dall’acqua di mare. Ogni piattaforma eroga tra 75 e 100 MW, con possibilità di scalare fino a circa 450 MW aggregando più barge. Il piano industriale prevede un primo pilota alimentato a gas naturale entro il 2028, e la transizione verso navi a energia nucleare a partire dal 2032.
Il contesto che giustifica questa scommessa è concreto. La domanda di calcolo generata dall’AI ha reso insostenibile la situazione a terra: i tempi di allacciamento alla rete elettrica si avvicinano ai dieci anni, i data center alzano il costo locale di energia, affitti e terreni, e l’opposizione delle comunità ha bloccato più della metà dei progetti pianificati dopo il 2025. Andare in mare significa aggirare la coda di interconnessione, eliminare l’impatto sulle comunità locali e accedere a raffreddamento quasi gratuito. I fondatori stimano una velocità di dispiegamento quattro o cinque volte superiore rispetto alle installazioni terrestri.
I profili dei fondatori sono tutt’altro che casuali rispetto al progetto. Koutentakis ha quattro lauree al MIT — ingegneria elettrica e informatica, ingegneria meccanica e MBA — con radici profonde nell’industria navale greca. Germonpré è dottorando in ingegneria nucleare, Fulbright Scholar e valedictorian della scuola di ingegneria dell’Università di Ghent. La combinazione di competenze marittime, nucleari e finanziarie è parte integrante della tesi con cui Atomarine si presenta agli investitori. Per la parte energetica, la startup punta sugli SMR — small modular reactor — attualmente in sviluppo da parte di diversi operatori globali, anche se nessun reattore di questo tipo è ancora qualificato per applicazioni navali commerciali.
Atomarine non è l’unica a muoversi in questo spazio. Seatrium, specialista offshore con sede a Singapore, sta sviluppando un pilota da 30 MW con sei moduli containerizzati su barge, già validati da Bureau Veritas. La scozzese Mocean sta raccogliendo fondi per un proprio progetto di calcolo in mare. Il fatto che più attori stiano convergendo sulla stessa direzione — offshore, off-grid, raffreddamento a mare — suggerisce che la pressione sull’infrastruttura a terra non sia temporanea. Se gli SMR raggiungeranno la maturità commerciale entro i tempi previsti, Atomarine potrebbe trovarsi in una posizione difficile da replicare: una filiera integrata di barge e navi nucleari, già operativa e già venduta.




