Bajaj Energy è convinta che l’India non si fermerà a 100 GW nucleari entro il 2047: potrebbe andare oltre. Sunita Kumar, Presidente e CEO della divisione nucleare di Bajaj Energy, ha dichiarato a margine dell’iBRICS Summit 2026 che l’obiettivo governativo è raggiungibile — e persino superabile — a condizione che il settore privato venga messo nelle condizioni di operare davvero. Oggi la capacità installata è di circa 9 GW. Il moltiplicatore richiesto è undici volte tanto, in vent’anni.
La ripartizione del traguardo da 100 GW è già definita sulla carta. Nuclear Power Corporation of India Ltd (NPCIL) dovrebbe coprire oltre 50 GW, mentre NTPC ha annunciato piani per 30 GW. I player privati hanno già dichiarato progetti per più di 20 GW complessivi. Bajaj Energy, che oggi gestisce circa 3.000 MW tra termoelettrico e cogenerazione, intende ritagliarsi una fetta di questo spazio. Kumar non ha indicato una quota precisa, ma ha chiarito che la società è già in fase di discussioni operative, non di semplice studio del settore.
Tre sono i fattori che Kumar identifica come determinanti: velocità di esecuzione dei cantieri, accesso ai finanziamenti e localizzazione tecnologica. Sul fronte del combustibile, la SHANTI Act — la legge che consente ai privati di approvvigionarsi autonomamente di uranio — rappresenta una svolta concreta. Bajaj Energy sta già esplorando forniture attraverso partnership internazionali, inclusa l’Australia. È un cambio di paradigma rispetto al monopolio statale che ha caratterizzato il settore nucleare indiano fino a pochi anni fa.
La questione tecnologica è altrettanto rilevante. L’India opera già con reattori a diversa matrice: ad acqua bollente, ad acqua pesante pressurizzata e VVER di tecnologia russa. Le discussioni con paesi come la Francia puntano a rendere economicamente sostenibili per il mercato indiano le tecnologie di nuova generazione. Kumar è esplicita su questo punto: l’India è un mercato molto sensibile al prezzo, e nessuna tecnologia nucleare, per quanto avanzata, regge se non è competitiva sui costi. La cooperazione nel quadro BRICS viene indicata come un canale utile per abbassare il costo del capitale, specie per tecnologie provenienti da paesi con tassi di interesse più alti.
Il modello di rischio è un altro nodo aperto. Il settore privato, secondo Kumar, avrà bisogno di una ripartizione equilibrata dei rischi con lo Stato, almeno per i primi progetti. Investimenti in diritto, questioni valutarie, fiscalità e procurement devono essere risolti in modo chiaro prima che i capitali privati si muovano su scala. La direzione è quella giusta, ma il percorso richiede scelte precise da parte del governo. Se quelle scelte arriveranno nei tempi giusti, il 2047 potrebbe rivelarsi non un traguardo, ma un punto di partenza.




