Il Bangladesh spende 10,63 miliardi di dollari l’anno in importazioni di energia. È il dato centrale di uno studio presentato a Dhaka dalla Policy Exchange Bangladesh, che analizza la crisi energetica del paese e indica nel nucleare uno dei pilastri del mix elettrico futuro. Un numero che pesa da solo quanto un’intera manovra di bilancio di molte economie emergenti.
Lo studio, intitolato “Bangladesh’s Energy Security Challenge: Powering a More Competitive Business Climate”, fotografa una dipendenza crescente: la quota di energia primaria importata è salita dal 47,7% di quattro anni fa all’attuale 62,5%, secondo i dati dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. Nel frattempo, i prezzi spot del GNL asiatico sono quasi raddoppiati — da 10,5 a 25,3 dollari per MMBtu — spinti dai conflitti in Medio Oriente e dai ritiri europei anticipati per l’inverno. L’industria paga il conto più salato: a Gazipur, l’offerta di gas copre appena il 45% della domanda, e nella sola Narayanganj circa 900 delle 1.850 fabbriche associate alla BKMEA sono ferme.
Tra le raccomandazioni di breve periodo, lo studio chiede riserve strategiche di GNL di almeno sette giorni e un mix generativo che integri rinnovabili, efficienza energetica e — con esplicita menzione — un ruolo di lungo termine per il nucleare. Per il medio-lungo termine, indica la necessità di accelerare l’esplorazione del gas domestico, diversificare i contratti di approvvigionamento del GNL e riformare la struttura dei canoni di capacità, colmando il divario tra domanda e offerta previsto oltre il 2031. Il messaggio è diretto: la sicurezza energetica va trattata come priorità economica strategica, non come questione di gestione delle utilities.
Il contesto in cui arriva questo studio non è neutro. Il Bangladesh ha in costruzione da anni la centrale nucleare di Rooppur, due reattori VVER-1200 da 1,2 GW ciascuno realizzati da Rosatom, per un investimento complessivo di 12,65 miliardi di dollari. La messa in servizio del primo reattore è attesa nel 2026, con un collegamento iniziale alla rete nazionale al 30% della capacità. A pieno regime, Rooppur potrà coprire fino al 15% del fabbisogno elettrico del paese. La domanda cresce al ritmo del 7% annuo, e la capacità installata ha già superato i 28,9 GW, sei volte i 5 GW del 2009.
Guardando oltre Rooppur, Dhaka ha già avviato colloqui con aziende occidentali e cinesi per i reattori modulari di piccola taglia, gli SMR. Un segnale di diversificazione dei partner tecnologici rispetto alla dipendenza esclusiva dalla Russia, e di una visione che non si esaurisce con la prima centrale. Il Bangladesh ha anche formalizzato un nuovo accordo di cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, a sostegno del programma nucleare civile nel suo complesso.
Il caso del Bangladesh mostra qualcosa di concreto per le economie in via di sviluppo: quando il costo delle importazioni fossili diventa insostenibile e la domanda elettrica corre, il nucleare smette di essere un’opzione teorica e diventa una voce nei piani di investimento. Se Rooppur entrerà a regime nei tempi previsti e se gli SMR troveranno spazio nei prossimi piani energetici, il Bangladesh potrebbe diventare un riferimento per altri paesi del Sud e Sud-Est asiatico che affrontano lo stesso dilemma tra dipendenza fossile e sicurezza di approvvigionamento.




