Un europeo su tre indica il nucleare come risposta alla transizione energetica. È il dato che emerge dal Flash Eurobarometro 584, pubblicato a giugno 2026 dalla Commissione europea: il 32% dei cittadini dell’Unione considera l’energia nucleare una soluzione concreta per abbandonare i combustibili fossili. Un numero che, preso isolatamente, potrebbe sembrare modesto. Nel contesto del dibattito energetico europeo degli ultimi anni, è invece un segnale difficile da ignorare.
Il sondaggio fotografa un’Europa che chiede risposte su più fronti — sicurezza dei minori online, difesa, resilienza democratica — ma è sul tema energetico che emergono alcune delle indicazioni più significative. Il 56% degli intervistati crede che espandere le rinnovabili sia la via principale per uscire dai fossili, e due su cinque puntano sull’efficienza energetica. Il nucleare viene terzo, ma con un 32% che lo include esplicitamente tra le opzioni valide. Non è una posizione di minoranza. È una quota che cresce, e che varia sensibilmente da paese a paese: in Estonia la percentuale sale al 43%, quasi la metà degli intervistati.
Perché l’Estonia? Il paese baltico sta costruendo attivamente il suo futuro nucleare. Fermi Energia, la società che guida il progetto, ha stretto accordi con Samsung C&T per lo sviluppo di due reattori BWRX-300 di piccola taglia, e i sondaggi nazionali mostrano un sostegno popolare che nel 2025 si aggirava intorno al 69%. Un contesto che spiega perché gli estoni rispondano ai sondaggi europei con percentuali sistematicamente più alte della media. La sfida alla dipendenza dal carbone di scisto, che ancora oggi copre quasi metà della produzione elettrica nazionale, rende la questione concreta e non astratta.
Il dato del Flash Eurobarometro 584 va letto insieme a quelli prodotti da altri strumenti di rilevazione. Il Special Eurobarometro 557, pubblicato a febbraio 2025, indicava che nell’UE a 27 il 56% dei cittadini riteneva che il nucleare avrebbe avuto un effetto positivo sulla propria vita nei prossimi vent’anni. Uno studio pubblicato su ScienceDirect nel 2025, basato su campioni rappresentativi di sei paesi europei tra cui Francia, Germania e Italia, rilevava un aumento del supporto al nucleare compreso tra 14 e 27 punti percentuali rispetto al 2009. La tendenza è chiara, anche se i ritmi variano. Nel 2025, secondo i dati della World Nuclear Association, nell’UE il 23% dell’elettricità proveniva già da fonti nucleari, con Francia e altri paesi che mantengono parchi reattori attivi e rilevanti.
Sul fronte dei comportamenti concreti, il Eurobarometro 584 registra anche come i cittadini europei stiano reagendo all’aumento dei prezzi energetici: il 31% ha ridotto i consumi elettrici complessivi, il 27% ha iniziato a monitorare più da vicino i propri consumi, il 26% ha abbassato il riscaldamento o il raffrescamento. Sono misure di adattamento immediato. La domanda su quali fonti debbano garantire l’energia nel lungo periodo è altra cosa, e lì il nucleare figura con percentuali che sarebbero state impensabili dieci anni fa.
Il 32% europeo — e il 43% estone — non è ancora una maggioranza. Ma il cambiamento di orientamento dell’opinione pubblica sta diventando un elemento che i decisori politici non possono più ignorare. Con 23 paesi europei che nel 2025 investono nel civile nucleare, e con la Commissione che ha pubblicato a giugno 2025 un programma illustrativo che prevede una capacità installata di 109 GWe entro il 2050, il quadro si fa sempre più coerente. L’opinione pubblica si muove nella stessa direzione delle scelte industriali. Resta da vedere se la politica energetica europea saprà tradurre questo consenso crescente in decisioni strutturali prima che la finestra temporale si restringa.




