Il numero di pozzi esplorativi dedicati all’idrogeno naturale geologico raddoppia di anno in anno. Nel 2025 ne sono stati perforati circa 12; nel 2026 ne sono pianificati circa 30. Dietro questa crescita c’è un’industria che si muove dalla fase speculativa verso la prima disciplina estrattiva vera e propria, con più di 100 aziende attive nell’esplorazione a livello mondiale e licenze formali ottenibili in una dozzina di Paesi.
L’idrogeno geologico — chiamato anche idrogeno bianco o gold hydrogen — è idrogeno molecolare che si forma sottoterra attraverso processi naturali, senza alcuna lavorazione industriale. Le prime trivellazioni esplorative condotte in Mali, Australia, Stati Uniti e Canada hanno rilevato concentrazioni frequentemente superiori all’80%. In Polonia, la rivalutazione di dati storici di pozzi ha rivelato concentrazioni di idrogeno superiori al 60%, in particolare nei reservoir cambriani. L’interesse scientifico è in forte crescita: dalla fine del 2020 a oggi, il numero di articoli di ricerca dedicati al tema è aumentato del 50%, superando quota 350 pubblicazioni entro il 2025.
La domanda che conta non è se l’idrogeno esiste nel sottosuolo. Esiste. La domanda è se può essere trovato in concentrazioni sufficienti, a profondità accessibili, in giurisdizioni con quadri normativi praticabili e a costi che giustifichino il capitale necessario. Sul piano commerciale, allo stato attuale esiste un solo giacimento produttivo: quello di Bourakébougou, nel villaggio maliano che dà il nome al campo, dove l’idrogeno naturale alimenta la produzione di elettricità locale. Un caso reale, ma ancora isolato. I modelli scientifici stimano che la Terra produca tra 15 e 31 milioni di tonnellate metriche di idrogeno naturale ogni anno — meno dell’1% del fabbisogno previsto per il 2050. Solo una frazione è realisticamente catturabile.
Il quadro degli investimenti riflette questa fase ancora precoce. Mantle8 ha ottenuto 3,4 milioni di euro in seed funding per sviluppare tecnologie di imaging geologico 4D. La Oklahoma State University ha ricevuto finanziamenti pubblici per mappature su scala statale. La società Koloma ha raccolto capitali significativi per l’esplorazione in Kansas e Nevada. In Francia, il bacino della Lorena è tra i siti più studiati, con un potenziale modellato di 92 milioni di tonnellate — ma siamo ancora alla fase di stima, non di riserve certificate. Affinché la conversazione cambi davvero, servirà un progetto capace di dimostrare portate industriali sostenute, con almeno 200 tonnellate al giorno di idrogeno nelle vicinanze di un acquirente nel settore dell’ammoniaca o del metanolo. Quel traguardo non è ancora stato raggiunto.
Il settore si inserisce in un contesto energetico più ampio in cui la crescita della domanda di elettricità — trainata dall’intelligenza artificiale e dall’elettrificazione dei consumi — crea spazio per nuove fonti di energia a basse emissioni. L’idrogeno geologico non è chiamato a sostituire il nucleare, le rinnovabili o il gas naturale: può integrarsi a essi, occupando nicchie dove la produzione decarbonizzata risulta altrimenti difficile o costosa. I prossimi cinque anni di trivellazioni sistematiche saranno decisivi. Se i progetti di dimostrazione dimostreranno la fattibilità tecnica ed economica, l’idrogeno naturale potrà entrare nelle strategie energetiche nazionali come risorsa concreta, non solo come ipotesi geologica.




