Goldman Sachs stima che la domanda di elettricità dei data center crescerà del 160% entro il 2030. È un numero che spiega tutto: perché Microsoft, Google, Amazon e Meta stanno stipulando accordi con produttori di reattori nucleari, perché i piccoli reattori modulari — gli SMR — sono diventati l’oggetto del desiderio dell’industria tecnologica, e perché il nucleare sta recuperando centralità nel dibattito energetico globale dopo anni di marginalità.
I data center sono divoratori di energia continua, non intermittente. Non si spengono di notte, non tollerano blackout, non possono dipendere da fonti che variano con il vento o il sole. È esattamente per questo che gli SMR si adattano in modo quasi naturale a questa domanda: reattori compatti, costruiti in parte in fabbrica, pensati per erogare potenza costante in qualsiasi luogo. Aalo Atomics, startup texana, sta sviluppando reattori modulari progettati per operare direttamente adiacenti a grandi utenti energetici — il modello esatto che l’infrastruttura AI richiede. Il suo CEO ha parlato di “decine di gigawatt nei prossimi cinque anni”, un volume che non ha precedenti nella storia dell’energia distribuita.
I colossi tecnologici si sono già mossi in modo concreto. Meta ha firmato accordi ventennali per acquistare elettricità da tre centrali nucleari gestite da un unico operatore, ed è entrata in un progetto di sviluppo SMR insieme a Oklo e TerraPower. Google e Kairos Power hanno in programma di collegare un reattore nucleare avanzato alla rete della Tennessee Valley Authority. In parallelo, ogni hyperscaler sta costruendo relazioni con sviluppatori nucleari diversi, distribuendo il rischio e moltiplicando le scommesse. Nel 2026 questi accordi stanno prendendo forma concreta, non sono più annunci esplorativi.
La geografia del nucleare civile si sta ridisegnando attorno a questa domanda. La Cina ha approvato 10 nuove unità generatrici per circa 27 miliardi di dollari di investimento, e il suo reattore Linglong One — primo SMR commerciale onshore al mondo — è atteso all’avvio nella prima metà del 2026. Gli Stati Uniti puntano sui riavvii e sui nuovi progetti modulari. In Europa, la SMR Industrial Alliance — che include nove progetti selezionati tra cui newcleo — prevede una capacità installata tra 17 e 53 GW entro il 2050. La domanda non è più se il nucleare tornerà a crescere, ma a quale velocità.
C’è anche una logica economica che si aggiunge a quella energetica. Produrre in serie più unità dello stesso design SMR abbatte i costi: gli sviluppatori concordano che arrivare a 6-10 unità identiche può ridurre i costi fino al 40% rispetto al primo esemplare. La curva di apprendimento è già stata dimostrata nei reattori navali. Applicarla all’energia civile è il passo che l’industria sta compiendo adesso, spinta da una domanda che arriva da un settore — quello dei data center — con la capacità finanziaria per finanziare interi programmi di flotta, non solo impianti singoli.
Se la traiettoria attuale si consolida, il nucleare tornerà a essere una fonte di base rilevante nei principali mercati mondiali entro la fine del decennio. Non per ragioni ideologiche, ma per ragioni aritmetiche: la domanda di elettricità costante e decarbonizzata supera ciò che le reti esistenti possono garantire. I data center hanno bisogno di energia che non si interrompe. Il nucleare, con i nuovi modelli modulari, è oggi la risposta più concreta a quella esigenza.




