Il prezzo a lungo termine dell’uranio ha chiuso settembre 2026 a 96,50 dollari per libbra, superando per la prima volta il picco di 95 dollari toccato nel 2007. Lo spot ha chiuso lo stesso mese a 89,63 dollari per libbra, secondo i dati pubblicati da Cameco. Il segnale è preciso: i prezzi che le utility concordano con anni di anticipo corrono ora sopra il mercato spot, a indicare che gli acquirenti si stanno posizionando in vista di una stretta sull’offerta verso fine decennio.
In questo contesto, Uranium Energy Corp (NYSE American: UEC) ha chiuso il proprio anno fiscale 2026 — terminato il 31 luglio — con una produzione di 229.294 libbre di concentrato di uranio. Nel solo quarto trimestre la produzione è cresciuta del 157% rispetto al trimestre precedente, grazie all’entrata a pieno regime di tre nuovi header house a Christensen Ranch nel Wyoming e alla prima stagione completa di operatività del progetto Burke Hollow in Texas. Quest’ultimo è il più grande progetto greenfield di recupero in-situ (ISR) avviato negli Stati Uniti in oltre un decennio. La produzione cumulata dall’avvio delle operazioni ha raggiunto 359.260 libbre.
I costi restano competitivi. Il costo totale per libbra sull’intero anno fiscale si è attestato a 39,94 dollari, con un cash cost di 34,24 dollari. La società ha venduto 400.000 libbre da inventario a un prezzo medio ponderato di 93,13 dollari per libbra — il più alto, secondo il management, tra i produttori di uranio quotati in borsa — generando ricavi per 37,3 milioni di dollari e un utile lordo di 16,9 milioni. La scelta di non coprirsi con contratti hedging ha pagato: vendere sul mercato aperto, in una fase di prezzi in rialzo, ha prodotto margini difficilmente replicabili con contratti a prezzo fisso stipulati anni fa.
UEC si presenta ora come l’unica azienda statunitense a costruire una filiera verticalmente integrata dell’uranio, dalla produzione mineraria fino alla raffinazione e conversione pianificate. Opera su due delle sue tre piattaforme ISR hub-and-spoke negli USA, con la più grande base di risorse uranifere del paese. Il bilancio è solido: 753 milioni di dollari in asset liquidi e nessun debito. Amir Adnani, presidente e CEO, ha dichiarato che la società entra nell’anno fiscale 2027 “debt-free con un bilancio eccezionale e la capacità di finanziare la propria crescita”.
Il superamento del picco del 2007 non è un dato puramente simbolico. Quella soglia era stata raggiunta in una fase di entusiasmo speculativo, prima di Fukushima e del lungo inverno che ne seguì. Stavolta la spinta viene da fondamentali strutturali: la domanda delle utility che pianifica decenni in anticipo, il sostegno esplicito della politica energetica americana alla produzione domestica, e un’offerta globale che stenta a tenere il passo. Se UEC riuscirà a espandere rapidamente la capacità produttiva nei prossimi trimestri — come promesso — sarà tra i pochi produttori già operativi a catturare i prezzi più alti degli ultimi vent’anni.




