L’India ha firmato un accordo di fornitura di uranio a lungo termine con l’Uzbekistan, annunciato dal primo ministro Narendra Modi durante il vertice di Tashkent del 30 agosto 2026. Le due nazioni hanno contestualmente elevato i rapporti bilaterali al rango di Comprehensive Strategic Partnership, fissando un obiettivo di scambi commerciali da cinque miliardi di dollari entro il 2030.
L’intesa prolunga un accordo del 2019 con cui Tashkent si era impegnata a consegnare 1.100 tonnellate metriche di concentrato di uranio naturale all’India entro il 2026. Secondo i dati parlamentari di marzo 2025, New Delhi aveva già ricevuto 600 tonnellate metriche nell’ambito di quel contratto. Il nuovo accordo estende e rafforza questa catena di approvvigionamento, mettendo al sicuro il combustibile necessario per i reattori indiani che operano sotto salvaguardie IAEA. Modi ha sintetizzato l’obiettivo con poche parole: “Stabiliremo un accordo a lungo termine per la fornitura di uranio.”
La mossa uzbeka non è isolata. Poche settimane prima, a luglio 2026, Australia e India avevano finalizzato un accordo amministrativo atteso da anni per le esportazioni di uranio australiano sotto strette salvaguardie IAEA. Canberra detiene circa il 28 per cento delle riserve mondiali note di uranio. A marzo 2026, il gigante canadese Cameco aveva siglato un contratto da 2,6 miliardi di dollari canadesi con il Dipartimento di Energia Atomica di New Delhi: quasi 22 milioni di libbre di concentrato di uranio da consegnare tra il 2027 e il 2035. Un accordo parallelo con il kazako Kazatomprom, il più grande produttore mondiale di uranio, ha aggiunto un ulteriore tassello. La strategia è chiara: nessun fornitore unico, massima resilienza della catena di approvvigionamento.
Il motivo di questa corsa alle forniture sta nei numeri. L’India gestisce attualmente 24 reattori nucleari operativi e punta a raggiungere 100 gigawatt di capacità installata entro il 2047. Per farlo servono combustibile in quantità crescenti e contratti pluriennali che garantiscano continuità. I reattori indiani ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) funzionano con uranio naturale importato: senza forniture stabili, l’espansione si blocca. Il mercato globale, intanto, non facilita le cose: i prezzi dell’uranio sono più che triplicati dalla fine del 2020 e secondo Bloomberg Intelligence il mercato potrebbe restare teso almeno fino al 2029, con le utility impegnate a ricostituire le scorte.
L’accordo con l’Uzbekistan porta con sé anche una valenza geopolitica. Tashkent è il quinto produttore mondiale di uranio e la sua posizione in Asia centrale la rende un interlocutore strategico per New Delhi, che punta a diversificare i propri approvvigionamenti lontano da qualsiasi dipendenza singola. Se tutte le intese già firmate andranno a regime — Canada, Kazakhstan, Australia e ora Uzbekistan — l’India avrà costruito una rete di fornitura sufficientemente robusta da sostenere la propria crescita nucleare per almeno un decennio. Con 100 gigawatt come traguardo e il 2047 come scadenza, ogni anno di ritardo nella catena del combustibile pesa sul calendario di costruzione dei nuovi impianti. Gli accordi firmati quest’anno dimostrano che New Delhi lo sa bene.




