Il team dell’Accademia delle Scienze cinese di Qingdao ha messo a punto un materiale che cambia i termini del problema: PhosCage, una struttura molecolare spugnosa carica di gruppi fosfato, è riuscita a recuperare fino a 50,4 milligrammi di uranio per grammo di adsorbente da campioni di acqua di mare naturale. Il riferimento di partenza era il benchmark del Dipartimento dell’Energia americano, fissato a 6 mg per grammo. Il risultato cinese lo supera di oltre otto volte.
I gruppi fosfato che compongono PhosCage agiscono come trappole chimiche selettive: catturano gli ioni di uranio disciolti nell’acqua di mare escludendo la maggior parte degli altri elementi. È questa selettività il punto tecnico più rilevante. L’uranio in soluzione marina è presente in concentrazioni bassissime, attorno ai 3 microgrammi per litro, mescolato a una quantità enorme di altre specie ioniche. Estrarlo con efficienza richiede materiali altamente specifici. PhosCage sembra rispondere a questa esigenza meglio di qualsiasi soluzione finora testata in condizioni reali.
Il contesto in cui si inserisce questa ricerca è strategico. La Cina ha estratto circa 1.600 tonnellate di uranio dalle proprie miniere nel 2024, mentre il suo programma nucleare ha richiesto circa 13.000 tonnellate nello stesso anno. Il deficit è coperto dalle importazioni, che espongono Pechino alle variazioni del mercato internazionale. Con un parco nucleare destinato a superare per capacità installata quello di Stati Uniti ed Europa entro il 2030, secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, la dipendenza dall’uranio estero è un vincolo strutturale. La ricerca sull’estrazione marina risponde direttamente a questa pressione.
Gli oceani contengono circa 4,5 miliardi di tonnellate di uranio disciolto, oltre mille volte le riserve terrestri stimate. Accedere anche a una frazione di questo bacino significherebbe garantire il combustibile nucleare per secoli, senza dipendere da giacimenti concentrati in pochi paesi. Non è un obiettivo a breve termine: i ricercatori stessi riconoscono che restano ostacoli ingegneristici ed economici prima di una eventuale applicazione industriale. Ma ogni aumento significativo del tasso di estrazione riduce il costo atteso e avvicina la soglia di sostenibilità economica.
L’India sta valutando siti per reattori modulari nelle isole Andamane. La Lituania discuterà di SMR con la popolazione entro un anno e mezzo. La NANO Nuclear Energy ha firmato un memorandum con Enveniam sul ciclo del combustibile nucleare americano. La ricerca cinese su PhosCage si inserisce in questo quadro di accelerazione globale: paesi diversi, strategie diverse, ma tutti alle prese con la stessa domanda di fondo — dove trovare il combustibile per i reattori di domani. L’oceano, per la prima volta, comincia ad assomigliare a una risposta concreta.


