Narendra Modi ha fissato un traguardo preciso: 100 GW di capacità nucleare entro il 2047. L’annuncio è arrivato dal Forte Rosso di Nuova Delhi il 15 agosto, Giorno dell’Indipendenza, e ha segnato un cambio di passo rispetto alla tradizionale cautela indiana sul nucleare civile. La capacità attuale è di 8,8 GW. Arrivarci significherebbe moltiplicarla per undici in vent’anni.
Il piano è strutturato su due binari paralleli. Il primo riguarda i grandi reattori: la Nuclear Power Corporation of India (NPCIL) punta a installare circa 54 GW entro il 2047 attraverso i reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) di progettazione indigena e i reattori ad acqua leggera sviluppati in collaborazione internazionale. I rimanenti 46 GW verranno da imprese pubbliche, governi statali, privati e joint venture. Il secondo binario, più nuovo, è quello dei Small Modular Reactor. Il Centro ricerche atomiche Bhabha (BARC) sta sviluppando tre modelli distinti: il BSMR-200 da 220 MWe, l’SMR-55 da 55 MWe e un reattore ad alta temperatura a gas fino a 5 MWth destinato alla produzione di idrogeno. L’obiettivo è avere almeno cinque SMR operativi entro il 2033.
A sostenere l’espansione c’è anche un intervento legislativo. Il Parlamento indiano ha approvato lo SHANTI Act, che apre formalmente il settore nucleare alla partecipazione privata. Prima di questa legge, la produzione nucleare era riservata allo Stato. Ora le aziende private possono entrare nel mercato, sia come sviluppatori autonomi sia attraverso joint venture. La Nuclear Energy Mission, annunciata nel bilancio 2025-26, ha stanziato 20.000 crore di rupie per ricerca, progettazione e dispiegamento degli SMR. Entro il 2031-32 la capacità dovrebbe già raggiungere 22 GW grazie ai progetti in corso.
Sul fronte tecnologico, il 2026 ha portato una svolta concreta. Il Prototype Fast Breeder Reactor (PFBR) di Kalpakkam, nel Tamil Nadu, ha raggiunto la criticità quest’anno. Il reattore da 500 MW, sviluppato da BHAVINI, utilizza combustibile misto a base di plutonio e si raffredda con sodio liquido. È il secondo stadio del programma nucleare indiano a tre fasi, pensato per riciclare il combustibile esaurito dei PHWR e costruire un ciclo del carburante autonomo. Modi lo ha citato esplicitamente come passo verso l’autosufficienza nel combustibile nucleare.
La spinta al nucleare si inserisce in un contesto più ampio. India ha più che quadruplicato la propria capacità energetica non fossile nell’ultimo decennio, passando da 2 GW di solare nel 2014 a 160 GW oggi. Ma la domanda elettrica continua a crescere, trainata dall’espansione dei data center, dell’intelligenza artificiale e della produzione di semiconduttori. Modi ha messo in chiaro che le rinnovabili da sole non bastano: servono fonti disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro. Il nucleare, in questa visione, è la risposta strutturale alla crescita industriale del paese. Con accordi già avviati per il reattore Westinghouse AP1000 a Kovvada, in Andhra Pradesh, e un’apertura alle tecnologie americane sugli SMR, l’India si posiziona come uno dei mercati nucleari più attivi del prossimo decennio.




