NASA vuole un reattore nucleare sulla Luna entro il 2030. L’obiettivo è concreto: una piccola centrale a fissione, capace di generare almeno 100 kilowatt di energia elettrica, da installare nei pressi del polo sud lunare e operativa senza intervento umano. A muovere la macchina è Sean Duffy, segretario ai Trasporti degli Stati Uniti e amministratore ad interim della NASA, che ad agosto ha firmato una direttiva interna per accelerare l’intero programma e richiedere all’industria privata proposte entro 60 giorni.
La spinta non è solo scientifica. Cina e Russia hanno annunciato in almeno tre occasioni, a partire dal 2024, un programma congiunto per portare un reattore nucleare sulla Luna entro il 2035-2036. Il memorandum operativo tra Roscosmos e la China Manned Space Agency è stato firmato a maggio 2025. I due paesi puntano a installare il reattore come parte dell’International Lunar Research Station, la base permanente che vogliono costruire al polo sud lunare. La NASA, nell’analisi interna condivisa da Duffy, avverte che il primo ad arrivare potrebbe dichiarare una zona di esclusione de facto, limitando le opzioni degli Stati Uniti per il programma Artemis.
Il polo sud lunare è l’area più ambita per ragioni precise. Ospita ghiaccio d’acqua nei crateri permanentemente in ombra, una risorsa vitale per il supporto alla vita e per la produzione di carburante. L’energia solare, in quel contesto, è inutilizzabile in modo affidabile: il ciclo giorno-notte della Luna dura circa un mese, con due settimane di buio totale. Un reattore a fissione non dipende dalla luce solare e garantisce potenza continua. È questo il motivo per cui la fissione nucleare è diventata la tecnologia di riferimento per qualsiasi progetto di colonizzazione stabile del satellite.
La NASA aveva già avviato il programma Fission Surface Power qualche anno fa, selezionando tre design preliminari per microreattori da 40 kilowatt e assegnando a ciascuno cinque milioni di dollari. Con la nuova direttiva, la potenza target è salita a 100 kW e la scadenza si è anticipata al primo trimestre dell’anno fiscale 2030. Sul fronte tecnico, il documento di Duffy specifica che il reattore dovrà adottare un ciclo Brayton chiuso per la conversione dell’energia, una scelta che tiene conto del comportamento dei fluidi in ambiente a bassa gravità, molto diverso da quello terrestre. Le proposte arriveranno dall’industria privata: la NASA sta cercando partner commerciali, come già avviene per le stazioni spaziali che sostituiranno la ISS.
Russia e Cina, dal canto loro, hanno un vantaggio in termini di pianificazione integrata. Mosca ha già messo in orbita oltre 30 reattori nucleari nel corso della storia spaziale e dispone delle maggiori riserve mondiali di uranio a basso arricchimento. Pechino sta testando il lander lunare Lanyue, atteso per portare esseri umani sulla Luna entro il 2030, e la missione Chang’e-8 del 2028 è pensata per gettare le basi della stazione permanente. Vale la pena segnalare anche il progetto italiano SELENE, sviluppato nell’ambito dell’Agenzia Spaziale Italiana: prevede un sistema di reattori di superficie modulari, un “Moon Energy Hub” che dimostra come l’Europa stia costruendo competenze proprie in questo campo.
Chi arriva per primo sulla Luna con un reattore funzionante non vince solo una sfida tecnologica. Conquista una posizione fisica, con accesso privilegiato al ghiaccio, alle risorse minerarie e a quello che alcuni analisti già chiamano una potenziale corsa all’oro lunare. Elio-3, minerali rari, acqua: la Luna ha una dotazione di risorse che rende questa gara molto più di una disputa di prestigio. Il 2030 è vicino. I cantieri, per ora, sono ancora sulla Terra.




