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Pakistan punta sul nucleare dopo la crisi dello Stretto di Hormuz

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha colpito duramente le forniture di GNL pakistane, spingendo Islamabad a rivalutare il nucleare come alternativa strutturale. Ad agosto, il 72% dell’elettricità pakistana è venuto da fonti domestiche, nucleare incluso.

Pakistan punta sul nucleare dopo la crisi dello Stretto di Hormuz

Il Pakistan è tra i paesi asiatici più colpiti dalle interruzioni delle forniture di gas naturale liquefatto innescate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. La crisi, originata dal conflitto che dal febbraio 2026 ha contrapposto Iran, Stati Uniti e Israele, ha ridisegnato i flussi energetici globali e messo a nudo la fragilità dei paesi più dipendenti dalle importazioni di GNL. Per Islamabad, la risposta passa anche — e sempre più concretamente — dal nucleare.

Il quadro è stato tracciato dal rapporto The Outlook for Gas and LNG Markets in Asia, pubblicato da Gastech Conferences in occasione della 54ª edizione del suo evento annuale. Il documento chiarisce che Qatar ed Emirati Arabi Uniti coprono circa il 99% delle importazioni pakistane di GNL, impiegato prevalentemente nella generazione elettrica, nella produzione di fertilizzanti e nelle attività industriali. Il GNL rappresenta circa il 30% dell’approvvigionamento totale di gas del paese. Con lo Stretto di Hormuz bloccato, il Pakistan si è ritrovato costretto ad acquistare carichi sul mercato spot, pagando fino a 20,70 dollari per MMBtu — il prezzo più alto degli ultimi quattro anni — mentre i prezzi asiatici del GNL più che raddoppiavano rispetto ai livelli precedenti la crisi.

Di fronte a questo scenario, il governo pakistano ha accelerato il ricorso alle fonti domestiche. Ad agosto 2026, il 72% della generazione elettrica è venuto da fonti interne: idroelettrico, carbone locale, energia nucleare, gas domestico, eolico e solare. Il restante 28% ha continuato a dipendere da carbone importato e GNL rigassificato. Il ministero dell’Energia ha stimato che questo orientamento verso le fonti domestiche ha consentito di evitare circa 38 milioni di dollari di costi aggiuntivi in un solo mese. Il nucleare ha giocato un ruolo concreto in questo bilancio.

Il rapporto Gastech sottolinea che le perturbazioni dell’offerta hanno spinto Islamabad a rafforzare l’attenzione su carbone, idroelettrico e energia nucleare, mentre la volatilità dei prezzi del GNL e l’incertezza sui trasporti marittimi rendono sempre meno affidabile la dipendenza dalle importazioni. Wood Mackenzie stima che le esportazioni di GNL dal Golfo potrebbero ridursi di 6,5 milioni di tonnellate al mese in caso di prolungata chiusura dello stretto, e S&P Global Energy ha già tagliato le previsioni di offerta globale di GNL di circa 35 milioni di tonnellate, pari a quasi 500 carichi. Sullo sfondo, un’eventuale tariffa di transito pari a 2 milioni di dollari a passaggio potrebbe aggiungere circa 0,50 dollari per MMBtu al costo di ogni carico.

Il rapporto raccomanda alle economie asiatiche di diversificare il mix energetico, investendo in accumulo, riserve strategiche di combustibile e infrastrutture di stoccaggio del gas. Per il Pakistan, queste indicazioni arrivano in un momento in cui alcuni operatori privati stanno già trattando accordi per la costruzione di impianti di stoccaggio nel paese. La crisi ha reso evidente che l’eccessiva concentrazione su un singolo corridoio di approvvigionamento è un rischio sistemico.

Se la crisi dello Stretto di Hormuz ha avuto un effetto, è stato quello di dare concretezza a un argomento che il settore nucleare pakistano portava avanti da anni: nessuna fonte importata offre la stessa stabilità di un reattore domestico. La domanda non è più se diversificare, ma con quale velocità farlo.

Tag: Sicurezza energetica Transizione energetica

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