Tre microreattori nucleari privati hanno raggiunto la criticità nel giro di trenta giorni, tutti entro il 30 giugno 2026. È un primato assoluto per qualsiasi paese al mondo. Il Dipartimento dell’Energia americano ha centrato l’obiettivo con quattro giorni di anticipo sulla scadenza del 4 luglio, anniversario dei 250 anni degli Stati Uniti.
La sequenza è precisa. Antares Nuclear ha aperto le danze il 4 giugno con il suo Mark-0 all’Idaho National Laboratory: 53° reattore mai costruito sul sito dal 1951, primo reattore privato non ad acqua leggera a raggiungere la criticità in quel laboratorio in oltre cinquant’anni. Il design è a heat-pipe al sodio, raffreddato passivamente senza pompe ad alta pressione. Il 18 giugno è stata la volta di Valar Atomics con il suo Ward 250, un reattore ad alta temperatura raffreddato ad elio e combustibile TRISO, diventato il primo a raggiungere la criticità fuori da un laboratorio nazionale — in un sito statale dello Utah. Per spostarlo dalla California a destinazione sono stati necessari tre aerei da trasporto militare C-17. Il 30 giugno, a poche ore dalla mezzanotte, Deployable Energy ha completato il tris con il suo Unity Nuclear Battery, un reattore da 1 MW elettrico che entra in un container da spedizione standard. Il fondatore Bobby Gallagher, per dimostrare la portabilità del sistema, ha caricato il nocciolo del reattore sul pianale di un Ford F-150 e ha guidato da Houston fino all’Idaho. Unity ha raggiunto la criticità in circa 150 giorni dall’avvio del progetto, con un budget nell’ordine di pochi milioni di dollari.
Alla base di tutto c’è l’Ordine Esecutivo 14301, firmato dal presidente Trump il 23 maggio 2025, che ha imposto al DOE di istituire un Reactor Pilot Program e portare almeno tre reattori avanzati alla criticità entro il 4 luglio 2026. Quando l’obiettivo fu annunciato, buona parte del settore lo considerò irrealistico: la saggezza convenzionale vuole che un nuovo reattore richieda almeno un decennio. Il DOE ha invece selezionato 11 progetti da 10 aziende nell’agosto 2025, bypassando il tradizionale processo di autorizzazione della Nuclear Regulatory Commission — che richiedeva oltre 20.000 ore — e accentrando la supervisione sul Dipartimento dell’Energia. La scorciatoia regolamentare ha reso possibile tempi altrimenti inimmaginabili.
Le macchine in questione non assomigliano a nulla di ciò che si intende normalmente per centrale nucleare. Il Mark-0 di Antares punta a fornire 100 kilowatt a una futura base lunare ed è già stato ordinato da Joint Base San Antonio per il 2027. Il Ward 250 di Valar aveva già raggiunto 10 kWt termici pochi giorni dopo la criticità, con un obiettivo a 100 kWt. Unity di Deployable può alimentare circa 800 abitazioni o una sala server di medie dimensioni. Radiant Industries con il suo Kaleidos — anch’esso in un container — punta invece a operare a piena potenza per 150 ore consecutive senza intervento umano. Il settore dei data center e i grandi hyperscaler stanno già valutando come acquistare questi sistemi: la domanda di potenza elettrica garantita e distribuibile ovunque non ha mai pesato così tanto.
La criticità zero-potenza è solo il primo gradino. Nessuno di questi reattori genera ancora elettricità commerciale, e l’ottenimento di una licenza NRC per l’uso commerciale resta un passaggio obbligato. Deployable Energy prevede di presentare domanda per la licenza commerciale entro fine anno, con una stima di sei-dodici mesi per la revisione. Ma il punto non è solo tecnico. Quattro aziende hanno portato altrettanti reattori di prima generazione alla criticità in un singolo mese — più primati genuini di quanti il settore ne avesse prodotti nei decenni precedenti. Se anche solo uno di questi modelli riuscirà a ottenere la licenza, consegnare un reattore funzionante a un cliente pagante e dimostrarne la sostenibilità economica, il modo in cui il mondo costruisce e distribuisce energia nucleare cambierà in modo concreto e misurabile.




