Al Nuclear Power Expo 2026 di Piacenza, il consulente indipendente Valeriano Parizzi ha lanciato una tesi netta: il decommissioning nucleare italiano ha le carte per diventare una linea guida per il resto d’Europa. L’affermazione è arrivata durante il panel dedicato alle tecnologie di demolizione e alle attività di sollevamento e trasporto eccezionale degli impianti dismessi, nella seconda edizione della fiera organizzata da Mediapoint & Exhibitions fino all’11 giugno.
Parizzi non ha nascosto le difficoltà del percorso. “L’Italia non è partita per prima”, ha detto, riconoscendo che blocchi politici ripetuti hanno frenato lo sviluppo del settore per anni. Eppure, oggi, la posizione italiana ha caratteristiche che nessun altro paese europeo può replicare facilmente. Il caso più citato è quello della centrale di Latina: unico impianto a grafite attivo in Italia, una tipologia tecnologica con sfide specifiche che richiede competenze difficili da trovare altrove. Alcune aziende italiane stanno già lavorando all’estero in questo ambito, e l’esperienza accumulata sul campo inizia a pesare.
Il contesto nazionale è però ancora segnato da ritardi strutturali che il solo entusiasmo industriale non basta a risolvere. Secondo i dati di ARERA, aggiornati a febbraio 2026, il costo complessivo del decommissioning italiano ha raggiunto circa 11 miliardi di euro, con un avanzamento fermo al 32% dopo oltre vent’anni di lavori. Il Piano a vita intera aggiornato da Sogin nel 2025 ha registrato 2,8 miliardi di euro in più rispetto alle stime 2020-2021 e uno slittamento di dieci anni sulla conclusione dell’intera commessa. Uno dei nodi principali resta il Deposito Nazionale, la cui realizzazione è ora prevista non prima del 2041. Un altro freno riguarda i parametri di rilascio italiani, che risultano da dieci a diecimila volte più restrittivi rispetto agli standard europei, con effetti diretti sui volumi di rifiuti generati e sui costi complessivi.
Sul fronte internazionale, la filiera italiana dimostra però di saper competere. A marzo 2026, il consorzio formato da Amentum e WSP Italia si è aggiudicato un contratto da 112 milioni di dollari finanziato dalla Commissione Europea tramite il Joint Research Centre, per lo smantellamento e la messa in sicurezza di quattro centri di ricerca nucleare europei: Ispra in Italia, Karlsruhe in Germania, Geel in Belgio e Petten nei Paesi Bassi. Un segnale concreto che le competenze italiane in questo settore sono già riconosciute a livello comunitario, al di là delle difficoltà interne.
La fiera di Piacenza ha offerto anche un quadro più ampio sul momento che attraversa il nucleare in Italia. La legge delega sul nucleare sostenibile ha ottenuto il via libera della Camera con 155 voti favorevoli e ora è attesa al Senato. Il provvedimento non autorizza direttamente nuove centrali, ma definisce il quadro giuridico entro cui l’Italia potrà tornare a produrre energia nucleare. In questo scenario, il decommissioning non è più solo la coda di una stagione chiusa: è il banco di prova su cui si misura la capacità industriale del paese prima che partano i nuovi investimenti. Se l’Italia riuscirà davvero a concludere lo smantellamento degli impianti esistenti con efficienza e nei tempi previsti, avrà un argomento solido da spendere in Europa. Se continuerà a slittare, la narrazione di Parizzi resterà una promessa senza seguito.




