Nel 2025 le utility nucleari globali hanno messo sotto contratto a lungo termine circa 116 milioni di libbre di uranio, un volume che suona imponente finché non lo si confronta con il tasso effettivo di consumo: è ancora insufficiente. I cosiddetti uncovered requirements — i fabbisogni futuri non ancora coperti da accordi — continuano ad accumularsi anno dopo anno, e la matematica dietro questa situazione diventa sempre più difficile da ignorare.
Secondo le stime della Energy Information Administration statunitense, il deficit cumulativo di approvvigionamento uranio potrebbe raggiungere 184 milioni di libbre nell’arco del prossimo decennio, equivalenti a oltre tre anni di consumo delle centrali americane. Più del 90% dell’uranio bruciato dai reattori statunitensi nel 2024 proveniva dall’estero, con la Russia ancora tra i primi fornitori nonostante il divieto sulle importazioni di uranio arricchito entrato in vigore a maggio dello stesso anno. Il segretario all’Energia americano ha dichiarato che il paese sta costruendo un buffer di scorte più ampio, ma la transizione richiede tempo che il mercato non sempre concede.
La domanda, nel frattempo, cresce da più fronti contemporaneamente. Le estensioni della vita operativa dei reattori esistenti, i riavvii di impianti fermati, i nuovi costrutti e la flotta nascente di small modular reactor spingono la richiesta verso l’alto. Si aggiunge una componente nuova e strutturalmente rilevante: le grandi aziende tecnologiche hanno firmato accordi per garantirsi capacità nucleare destinata ad alimentare i data center dell’intelligenza artificiale. Governi dagli Stati Uniti all’Italia fino al Giappone hanno avviato o accelerato processi di estensione, riavvio o espansione del parco nucleare. Ogni nuovo reattore, ogni SMR che raggiunge l’operatività, allunga una curva di domanda che l’offerta attuale non è ancora attrezzata a soddisfare.
Sul fronte dell’offerta, un decennio di investimenti insufficienti ha lasciato cicatrici profonde. La produzione primaria mondiale copre meno della domanda globale con un divario annuo stimato tra 30 e 50 milioni di libbre, tamponato finora da scorte in via di esaurimento, materiale governativo e pratiche di underfeeding negli impianti di arricchimento. La capacità nordamericana di produzione copre soltanto il 10-15% del consumo domestico. Le scorte occidentali, che storicamente garantivano copertura per due o tre anni, sono scese mediamente sotto i diciotto mesi. Per il periodo 2027-2030, fino al 70% dei fabbisogni delle utility rimane privo di contratti.
In questo contesto, le sorgenti di uranio sicure e domestiche hanno acquisito un valore strategico che non avevano da anni. La World Nuclear Association, nel suo World Nuclear Fuel Report 2025, prevede un quasi raddoppio della capacità nucleare globale entro il 2040. Una prospettiva che rende ancora più urgente la necessità di investimenti in nuove miniere, nella capacità di conversione e nell’arricchimento. Le utility che avranno la lungimiranza di contrattare oggi, anche a prezzi più elevati, si troveranno in una posizione nettamente migliore rispetto a quelle che continuano a rimandare. Il mercato dell’uranio non aspetta chi esita.




