Dal Forte Rosso di Nuova Delhi, il 15 agosto 2026 — ottantesimo anniversario dell’Indipendenza indiana — il premier Narendra Modi ha fissato un traguardo preciso: 100 GW di capacità nucleare entro il 2047, anno del centenario della Repubblica. Cinque nuovi reattori dovranno essere operativi nell’arco dei prossimi sei-sette anni. Non è una dichiarazione di principio: è un piano inserito nel programma “Viksit Bharat”, la visione di sviluppo che il governo intende perseguire fino alla metà del secolo.
L’annuncio arriva in un momento in cui il nucleare indiano registra risultati concreti. Ad aprile 2026, il Prototype Fast Breeder Reactor (PFBR) di Kalpakkam, nel Tamil Nadu, ha raggiunto la prima criticità — ovvero ha avviato una reazione a catena autosostenuta. Il reattore da 500 MWe, realizzato da BHAVINI e progettato dall’Indira Gandhi Centre for Atomic Research, è il primo fast breeder commerciale costruito interamente con tecnologia indiana. Una volta a piena potenza, l’India diventerà il secondo paese al mondo, dopo la Russia, a operare un reattore veloce di questa scala. Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha definito il traguardo “un passo avanti decisivo nella sostenibilità del combustibile nucleare”.
Il PFBR non è un reattore qualsiasi. Usa combustibile a ossido misto di uranio e plutonio e ha sodio liquido come refrigerante. La sua caratteristica centrale è che produce più plutonio di quanto ne consumi, alimentando così il secondo stadio del programma nucleare in tre fasi concepito da Homi Bhabha nel 1958. Il primo stadio — reattori ad acqua pesante a uranio — ha accumulato per decenni il plutonio necessario. Il terzo stadio prevede l’uso del torio, di cui l’India possiede riserve tra le più grandi al mondo. È una strategia di lungo respiro, costruita su una catena di tecnologie interdipendenti.
I cinque nuovi reattori annunciati da Modi si innestano in questo contesto. Il Dipartimento per l’Energia Atomica ha già avviato un programma da 20.000 crore di rupie per i Small Modular Reactor indigeni, con i modelli BSMR-200 da 200 MWe e SMR-55 da 55 MWe già in fase di sviluppo. L’industria privata è attivamente coinvolta nella fornitura di componenti, e il governo punta a formare nuovi fornitori qualificati sotto l’egida del Bhabha Atomic Research Centre. La dipendenza da tecnologie straniere — storicamente un vincolo per l’India, che ha subito decenni di sanzioni e negoziazioni difficili — si riduce a ogni nuovo progetto completato internamente.
Il discorso di Modi ha inserito il nucleare dentro una cornice più ampia: sicurezza energetica nazionale, indipendenza dalle importazioni di combustibili fossili — nel 2024-25 l’India ha speso circa 137 miliardi di dollari in petrolio greggio — e competitività tecnologica. L’energia nucleare è stata citata accanto all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori e all’esplorazione delle acque profonde come pilastro dello sviluppo del paese. Non è una novità di postura: è la conferma di una traiettoria già avviata.
Se i cinque reattori verranno effettivamente commissionati nei tempi indicati, l’India costruirà una base industriale e tecnica sufficiente a sostenere l’accelerazione verso i 100 GW del 2047. Il PFBR di Kalpakkam — che dovrebbe raggiungere la piena potenza entro fine 2026 — è il banco di prova. Un paese che riesce a far funzionare un fast breeder di produzione interna è un paese che ha già dimostrato di poter fare da solo. Il resto del programma si gioca lì.




