Il nucleare è tornato al tavolo. La domanda di energia dei data center americani cresce a un ritmo che le rinnovabili da sole non riescono a coprire, e le grandi aziende tecnologiche stanno cercando fonti di generazione continua, prive di emissioni, disponibili tutto l’anno. Il risultato: accordi miliardari con operatori nucleari e scommesse concrete sugli SMR, i reattori modulari di piccola taglia.
I numeri parlano chiaro. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il consumo globale di elettricità dei data center potrebbe quasi raddoppiare fino a circa 945 terawattora entro il 2030, con una crescita annua attorno al 15% tra il 2024 e il 2030 — più di quattro volte il ritmo degli altri settori. Negli Stati Uniti, le stime arrivano fino a 400 terawattora entro fine decennio, partendo da meno di 100 nel 2020: più di quanto consuma l’intero Messico. Google e NextEra Energy hanno annunciato la riapertura del Duane Arnold Energy Center in Iowa, un impianto da 615 MW chiuso nel 2020, che potrebbe tornare in funzione già nel 2029. Microsoft ha firmato un accordo ventennale da 16 miliardi di dollari per riavviare Three Mile Island con l’obiettivo del 2028. Amazon punta su Susquehanna con un investimento superiore a 20 miliardi. Meta ha emesso una richiesta di offerta per 1-4 gigawatt di nuova capacità nucleare.
Il motivo tecnico è semplice. Un reattore nucleare eroga corrente in modo continuo, senza dipendere dal sole o dal vento. I data center girano al massimo ventiquattrore su ventiquattro, e questa compatibilità strutturale tra domanda e offerta è ciò che rende il nucleare attraente oggi, non domani. Le rinnovabili coprono quasi la metà della domanda aggiuntiva prevista fino al 2030, ma gas naturale e carbone restano ancora indispensabili nel breve termine. Il nucleare, invece, è atteso entrare in modo significativo nel mix dopo il 2030, quando i primi SMR saranno operativi. L’IEA prevede che questa combinazione porterà a un calo assoluto delle emissioni da carbone per i data center entro il 2035.
In questo contesto si inserisce la riflessione di Harsha Saxena, fondatrice e CEO dell’International Institute of Corporate Sustainability and Responsibility (IICSR). Intervenendo durante le Climate Week di Los Angeles e San Francisco, Saxena ha inquadrato la questione in termini precisi: gli Stati Uniti sono diventati un banco di prova per capire se gli impegni climatici delle aziende siano fondati su convinzione o su mera compliance normativa. Se le pressioni regolamentari diminuiscono, le organizzazioni che continuano a investire in sostenibilità mostrano dove stiano davvero le loro priorità. Il workshop IICSR del 15 maggio 2026 a Palo Alto, intitolato “AI and Sustainability: From Strategy to Scalability”, ha affrontato esattamente questa tensione: quanta energia richiede l’infrastruttura AI, se le rinnovabili possono soddisfarla, e quanto i quadri normativi siano in ritardo rispetto alla velocità con cui si muovono le tecnologie.
Sul fronte regolatorio, la direzione è favorevole. Gli ordini esecutivi dell’amministrazione Trump hanno indirizzato la Nuclear Regulatory Commission verso procedure di approvazione più rapide, e il Dipartimento dell’Energia ha già selezionato aziende per progetti pilota sul combustibile. Il primo SMR americano certificato, il NuScale US 460 da 462 MW, ha ottenuto l’approvazione del progetto standard nel maggio 2025, con due mesi di anticipo sui tempi previsti. Il segnale è che le tempistiche burocratiche possono comprimersi quando c’è priorità politica. Le grandi aziende tecnologiche — Google, Microsoft, Amazon, Meta — sono oggi tra i principali sostenitori privati dello sviluppo degli SMR, con accordi di acquisto di lungo periodo che assumono una domanda persistente per decenni. Se questa scommessa regge, il nucleare non sarà solo una scelta energetica: sarà la prova che la decarbonizzazione pesante dell’economia digitale è possibile, e che le aziende che l’hanno scelta lo hanno fatto con cognizione di causa.


