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Fusione senza laser né magneti: Zap Energy punta dritta al sole

Zap Energy, startup di Seattle, insegue la fusione nucleare con un approccio radicalmente diverso da tutti gli altri: niente magneti superconduttori, niente laser ad alta potenza, solo una scarica elettrica che confina il plasma su se stesso. Una scommessa tecnica che sta attirando capitali e attenzione nell’affollato panorama della fusione privata.

Fusione senza laser né magneti: Zap Energy punta dritta al sole

La corsa alla fusione nucleare commerciale non ha un percorso unico. Mentre Commonwealth Fusion Systems costruisce magneti superconduttori ad alta temperatura e il National Ignition Facility del Lawrence Livermore scommette sui laser, Zap Energy di Seattle ha scelto una strada completamente diversa: niente magneti, niente laser, niente criogenia. Solo una corrente elettrica che attraversa il plasma e genera da sola il campo magnetico necessario per confinarlo.

Il principio fisico alla base si chiama Z-pinch. Una scarica elettrica percorre una colonna di plasma: la corrente produce un campo magnetico che stringe il plasma verso il centro, comprimendolo fino alle condizioni necessarie per la fusione. È un meccanismo noto da decenni, storicamente considerato instabile. Zap Energy sostiene di aver trovato il modo di stabilizzare il processo, rendendo il confinamento abbastanza duraturo da essere utile. Questa è la scommessa tecnica su cui si reggono 337 milioni di dollari raccolti finora, con Chevron tra i sostenitori.

Il vantaggio dichiarato è la semplicità costruttiva. Un reattore a tokamak richiede magneti superconduttori enormi, sistemi di raffreddamento a temperature prossime allo zero assoluto, infrastrutture ingegneristiche di grande complessità. Un impianto laser a confinamento inerziale come NIF occupa edifici interi e consuma energie enormi prima ancora di produrne. L’approccio Z-pinch di Zap Energy, almeno sulla carta, elimina questi strati di complessità. Meno componenti, meno costi di costruzione, una scala potenzialmente più contenuta. Il rischio, ovviamente, è che la fisica si dimostri meno collaborativa del previsto.

Il panorama della fusione privata nel 2025 e 2026 è diventato affollato e competitivo. First Light Fusion, spinoff dell’Università di Oxford, usa proiettili ipersonici sparati a oltre 23.000 km/h contro un bersaglio contenente combustibile: l’impatto genera pressioni nell’ordine dei terapascal, sufficienti ad avviare la reazione. TAE Technologies, la più longeva delle startup private con oltre 1,3 miliardi di dollari raccolti da Google, Chevron e Goldman Sachs, punta su una configurazione a campo invertito alimentata da fasci di particelle. Ognuna di queste aziende ha identificato un punto debole diverso degli approcci convenzionali e costruito intorno a quel punto la propria architettura tecnica.

Questo pluralismo tecnologico ha una logica precisa. Nessuno sa ancora quale configurazione raggiungerà per prima l’ignizione in modo riproducibile ed economicamente sostenibile. Il Lawrence Livermore ha ottenuto ad aprile 2025 un’uscita energetica pari a quattro volte l’energia immessa nei laser — un traguardo rispetto all’1,5 volte del primo breakeven del 2022 — ma la strada verso un impianto commerciale rimane lunga. Finanziare più approcci in parallelo aumenta la probabilità collettiva di successo, anche se la maggior parte delle singole scommesse potrebbe non andare a segno.

Per Zap Energy il banco di prova dei prossimi anni sarà dimostrare che lo Z-pinch stabilizzato regge non solo in laboratorio ma a potenze progressivamente più alte. Se i risultati confermeranno le attese, il modello potrebbe cambiare i parametri economici dell’intera industria della fusione: un reattore più semplice è un reattore più veloce da costruire e più facile da replicare. Se la fisica porrà limiti ancora non visibili, l’approccio rimarrà un capitolo interessante nella storia di come il mondo ha tentato di accendere una stella in Terra.

Tag: Decarbonizzazione Transizione energetica

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