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L’Uzbekistan punta a raddoppiare l’uranio entro il 2030, gli USA cercano alleati fuori dalla Cina

Il Congresso americano discute come diversificare le forniture di uranio riducendo la dipendenza dalla Cina, e l’Uzbekistan — quinto produttore mondiale — emerge come partner strategico con un piano ambizioso di espansione produttiva entro il 2030.

Il Congresso americano ha acceso i riflettori sulla catena di approvvigionamento dell’uranio, e l’Uzbekistan si trova al centro del dibattito. Durante un’audizione sulla sicurezza delle risorse critiche, il presidente della commissione ha sottolineato come la Cina controlli già quote significative delle importazioni americane di uranio, mettendo a rischio sia l’economia che la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Sullo sfondo, Tashkent accelera i propri piani di espansione mineraria con una traiettoria che interessa da vicino Washington.

I numeri sono precisi. Navoiyuran, il produttore statale uzbeko, punta a portare la produzione annua di uranio da circa 3.500 tonnellate nel 2021 a 7.100 tonnellate entro il 2030, in linea con una risoluzione presidenziale firmata dal presidente Shavkat Mirziyoyev nel luglio 2022. Secondo i dati del Dipartimento del Commercio americano, nel 2024 l’Uzbekistan ha già estratto 3.800 tonnellate, e il governo di Tashkent ha fissato un obiettivo ancora più ambizioso: raggiungere le 10.000 tonnellate annue entro la fine del decennio. Il paese è il quinto produttore mondiale e detiene riserve accertate superiori alle 100.000 tonnellate.

La questione non è solo quantitativa. Russia e Cina insieme controllano oltre il 50% della capacità mondiale di arricchimento dell’uranio, una concentrazione che il CSIS definisce “un rischio insostenibile” per la sicurezza energetica e nazionale americana. Washington sta cercando di costruire un reticolo di partnership alternative, e l’Asia centrale — con il suo enorme sottosuolo uranifero — è una delle aree geografiche che offre margini concreti di diversificazione. L’Uzbekistan fornisce già una quota delle importazioni statunitensi e la sua posizione di esportatore quasi esclusivo lo rende interlocutore naturale per chi vuole ridurre la dipendenza da Mosca e Pechino.

Il quadro delle alleanze uzbeke è, però, più articolato. Navoiyuran ha siglato nel novembre 2023 un memorandum di cooperazione strategica con la China National Nuclear Corporation (CNNC) per lo sviluppo congiunto di giacimenti di scisto bituminoso nelle regioni di Jantuar e Madanli. Nel frattempo, il francese Orano opera nel paese dal 2019 attraverso la joint venture Nurlikum Mining, a cui si è aggiunta a marzo 2025 la giapponese Itochu Corporation con una quota del 10%. Il solo progetto South Djengeldi prevede investimenti per 214 milioni di dollari su tre anni, con una produzione media attesa di 500 tonnellate all’anno.

La domanda globale di uranio spingerà ulteriormente la competizione per le riserve centroasiatiche. Le proiezioni indicano un aumento del 28% della domanda entro il 2030 e una quasi duplicazione entro il 2040, trainata dall’espansione del nucleare in Asia, Medio Oriente e Africa. La Cina da sola ha programmato 150 nuovi reattori tra il 2020 e il 2035, e si prepara a superare la capacità di generazione nucleare americana entro il 2030. In questo scenario, ogni tonnellata di uranio uzbeko che finisce sul mercato internazionale diventa un pezzo di un puzzle geopolitico ben più ampio di una semplice transazione commerciale. La mossa di Washington — costruire partnership strategiche con paesi produttori come l’Uzbekistan — è un segnale che la partita sull’uranio si gioca tanto nelle sale del Congresso quanto nei deserti del Kyzylkum.

Tag: Sicurezza energetica Uranio

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