Ronald G. Wayne, conosciuto dal grande pubblico come il terzo cofondatore di Apple — quello che nel 1976 cedette la sua quota per 800 dollari — ha un capitolo della sua vita che pochi conoscono: negli anni ’60 lavorò al Lawrence Livermore National Laboratory, contribuendo a uno dei progetti di fusione nucleare più ambiziosi dell’epoca americana.
La notizia emerge ora in modo indiretto. Wayne ha annunciato il lancio di “RGW Virtual Presence”, un avatar basato sull’intelligenza artificiale concepito per conservare e trasmettere la sua memoria storica. Nel descrivere la sua biografia, il comunicato ricorda che nella metà degli anni ’60 Wayne entrò a far parte di Livermore come disegnatore tecnico, per poi avanzare fino al ruolo di ingegnere associato sul Mirror Fusion Reactor Project. In quella veste, fondò e gestì un laboratorio di modelli di precisione a supporto della ricerca nucleare sperimentale.
Il progetto in cui Wayne era coinvolto era parte di una linea di ricerca che Lawrence Livermore portava avanti fin dai primi anni ’50. Il Mirror Fusion Test Facility — noto come MFTF — era un dispositivo di confinamento magnetico basato sul principio dello specchio magnetico, progettato per intrappolare il plasma in una regione cilindrica attraverso campi magnetici intensi alle estremità. Era, per dimensioni e costo, la macchina a specchi magnetici più grande mai costruita. I lavori di costruzione durarono dal 1977 al 1986, con un investimento complessivo di circa 372 milioni di dollari. Il laboratorio arrivò a costruire il più grande magnete superconduttore del mondo, formato da trenta miglia di filo in rame e niobio-titanio avvolto nella caratteristica forma “yin-yang”.
Wayne, però, lavorò a Livermore in una fase precedente, quella degli anni ’60, quando il programma era ancora in una fase sperimentale più contenuta. Il suo contributo era di natura tecnica e pratica: costruire modelli fisici in scala per supportare i ricercatori nella visualizzazione e nel test dei componenti. Un lavoro artigianale e ingegneristico al servizio della scienza di frontiera. Alla fine degli anni ’70, mentre l’Apple II ridefiniva il mercato dei personal computer, Wayne lavorava su modelli in scala per il governo federale, tra cui quelli del Mirror Fusion Reactor Project che dominava l’attività di Livermore in quel periodo. Due percorsi paralleli, entrambi suoi, che raramente vengono raccontati insieme.
La storia del Mirror Fusion Test Facility si concluse in modo brusco. La macchina più grande e costosa al mondo basata sugli specchi magnetici fu messa in naftalina a Lawrence Livermore il giorno stesso del suo completamento, nel 1986. I tagli al bilancio federale e i risultati deludenti di esperimenti su macchine più piccole convinsero il Dipartimento dell’Energia a non avviare mai il dispositivo. Un esito che segnò per decenni la percezione degli specchi magnetici come vicolo cieco della ricerca sulla fusione.
Quella percezione oggi è in discussione. Diverse startup stanno tornando proprio al principio dello specchio magnetico, con nuove geometrie e materiali che negli anni ’60 e ’80 non esistevano. Il lavoro fatto a Livermore — anche quello di chi costruiva modelli in scala — ha contribuito a sedimentare una conoscenza tecnica che non è andata perduta. La biografia di Wayne, nella sua frammentazione apparente tra fusione nucleare, elettronica e informatica, riflette la traiettoria di un’intera generazione di tecnici americani che attraversò le grandi infrastrutture scientifiche del dopoguerra prima di approdare alla rivoluzione digitale.




